Comando generale Ezln, Municipio autonomo ribelle Ricardo Flores Magón, Comandante Esther, J. Elorriaga Berdeguè, H. Bellinghausen, P. Gonzàles Casanova, C. Montemayor, S. Rodríguez Lascano, B. Duterme, Y. Le Bot, J. Podur, J. Cason, D. Brooks, D. Pignotti CARACOLES Dieci anni di comunità zapatiste in lotta ---------------------------- Indice Introduzione DOCUMENTI INTRODUTTIVI Alcuni estratti Comando generale Ezln, Oggi diciamo basta! Municipio autonomo ribelle Ricardo Flores Magón, La negazione e l’oblio Comandante Esther, Donne zapatiste PRIMA PARTE L’adesione indigena Javier Elorriaga Berdeguè, Dall’adesione alla costruzione Hermann Bellinghausen, Postazioni contro l’Ezln Pablo Gonzàles Casanova, Una nuova forma di pensare e fare Carlos Montemayor, Il sorgere dell’alba… Adelfo Regino Montes, 20 e 10, il fuoco e la parola SECONDA PARTE Oltre la Selva Sergio Rodríguez Lascano, La "logica paradossale" dello zapatismo Bernard Duterme, Dieci anni di orgoglio senza volto Yvon Le Bot, Quale futuro per lo zapatismo? Justin Podur, Dalle Aguascalientes alle Caracoles Jim Cason, David Brooks, Quando l’Ezln sfidò l’Impero Dario Pignotti, A dieci anni dal "levantamiento" zapatista, continua la lotta ma anche la repressione CRONOLOGIA Dieci anni di lotta ---------------------------- Introduzione La storia di questo libro inizia con il viaggio in Chiapas di alcuni membri italiani di ZNet, rete web di controinformazione e attivismo mediale. Attratti soprattutto dal ribaltamento della logica politica operato dall'Ezln con l’affermazione del principio del comandare obbedendo, del diritto alla revoca immediata del portavoce e, in generale, delle nuove forme di democrazia sperimentate dagli zapatisti (che tanto hanno influenzato il movimento "altromondista"), abbiamo sfruttato l’occasione offerta dalle celebrazioni nel decimo anniversario dell’insurrezione per recarci, dopo essere entrati in contatto con varie associazioni chiapaneche impegnate nel campo dei diritti indigeni, in una comunità zapatista in qualità di osservatori internazionali. Un doppio anniversario, per la verità: dieci anni da quel fatidico primo gennaio 1994 quando lo sconosciuto Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale occupò in armi sette città del Chiapas, e venti anni dalla formazione dello stesso esercito, avvenuta il 17 novembre 1983. Per ricordare i due anniversari, ma anche per evidenziare come alla lotta armata si sia sostituita la lotta civile sia dell'Ezln sia, soprattutto, delle comunità indigene, le celebrazioni sono state chiamate "20 e 10 il fuoco e la parola", ad indicare il passaggio dal tempo della guerra al tempo della parola. A sottolinearlo, nei caracoles stupiva la completa assenza fisica dell’Ezln, che lasciava spazio ai membri delle comunità, unici protagonisti delle celebrazioni. Nei giorni trascorsi a "non far nulla" negli spazi a noi destinati, non abbiamo visto in azione l’Ezln né sperimentato il controllo capillare del territorio che questo mantiene, né ascoltato i racconti onirici, appassionati e romantici del sup. Abbiamo invece visto donne scalze affaccendarsi intorno al fuoco, con i figli legati sulle spalle o in stato di gravidanza. Abbiamo viaggiato per ore su mulattiere dissestate, che di strada hanno solo il nome. Li abbiamo visti ripulire, dalla folta vegetazione della giungla, poche are di terra da mettere a coltivazione. Ma anche attuare nuove forme democratiche per la realizzazione di progetti di sviluppo sui temi comuni della sanità, dell’istruzione e della giustizia. Progetti il cui consenso si va lentamente estendendo, pur tra mille difficoltà, ripensamenti e ostacoli governativi, al di fuori delle comunità zapatiste stesse. Tuttavia, il contatto diretto con i membri delle comunità è stato spesso debole. Le poche persone incontrate sono estremamente riservate, diffidenti, molto reticenti a parlare, soprattutto se l'argomento è lo zapatismo. Come potrebbe essere altrimenti? Chi gli assicura che la permanenza degli osservatori abbia il solo scopo di tenere un po’ lontani i militari, da cui anche noi siamo stati fermati e perquisiti? Sono delle elementari norme di sicurezza che hanno dovuto adottare, come il ritiro dei passaporti all'ingresso di una comunità. La guerra a bassa intensità ha provocato centinaia di vittime civili. Rientrati in Italia, ci siamo ritrovati con il desiderio di approfondire la conoscenza di una realtà che abbiamo conosciuto soltanto sfiorandola in superficie. Tra i tanti progetti di ZNet, da sempre fortemente impegnata sui temi dei diritti umani e della giustizia sociale, uno è la traduzione di materiali da importanti fonti di informazione alternativa internazionali. La nostra attenzione si è focalizzata allora sulla questione indigena e sui diritti rivendicati dai popoli indios, pur mantenendo sullo sfondo il nuovo processo democratico zapatista. A tale scopo abbiamo recuperato e tradotto articoli di autori e fonti locali, spesso non conosciuti in Italia. L'adesione a questa iniziativa, che nello spirito di ZNet.it è stata portata avanti con modalità partecipative estese a tutti i membri, è cresciuta a tal punto da convincerci a realizzare una sorta di "speciale", una sezione riservata allo zapatismo, scorporandola dall'osservatorio latino-americano. Da quello "speciale" nasce l'idea di questo libro, propostoci dall'editore Datanews, e i cui proventi dei diritti di traduzione saranno tutti destinati direttamente a una junta del buen gobierno. La raccolta degli articoli qui presentati si divide in due parti. Nella prima abbiamo dato spazio alla voce indigena della lotta civile dei popoli zapatisti. Grazie alla scelta delle fonti, tutte messicane, viene tracciato un quadro della situazione indigena reale, delle loro rivendicazioni e necessità, dei progressi fatti in questi anni verso forme istituzionali alternative e dell'importanza dello zapatismo nell'ambito dei movimenti indigeni latino-americani. Parallelamente, anche gli autori scelti, nonostante la loro scarsa notorietà, hanno la caratteristica di essere tutti osservatori ravvicinati dello zapatismo. In tal modo si fornisce una prospettiva che è rimasta decisamente in ombra rispetto all'impatto mediatico un po’ "glamour" che lo zapatismo ha avuto in Europa. Nella seconda parte abbiamo raccolto le analisi e le interpretazioni internazionali del movimento zapatista che, ci è sembrato, cogliessero con lucidità critica vari aspetti dell'ampio dibattito che lo zapatismo è stato in grado di generare in tutto il mondo, sia intorno alla lotta contro il neoliberismo sia intorno a una visione più partecipata del processo democratico. La nostra antologia si chiude con una dettagliata cronologia delle principali lotte sociali che hanno scosso il Messico dal 1 gennaio del 1994 e che direttamente o indirettamente hanno preso spunto dalle rivendicazioni degli indigeni chiapanechi, a ulteriore riprova del fatto che lo zapatismo ha avuto e continua ad avere il potere di ispirare coloro che lottano contro tutte le forme di ingiustizia sociale. ZNet.it ---------------------------- DOCUMENTI INTRODUTTIVI Alcuni estratti ------ Comando generale Ezln Oggi diciamo basta! Al popolo del Messico. Prima dichiarazione della Selva Lacandona Noi siamo il prodotto di 500 anni di lotte: prima contro la schiavitù; poi, durante la Guerra d’Indipendenza contro la Spagna capeggiata dai ribelli; poi per evitare di essere assorbiti dall’espansionismo Nord Americano; poi ancora per promulgare la nostra Costituzione ed espellere l’Impero Francese dalla nostra terra; poi, quando la dittatura di Porfirio Diaz ci negò la giusta applicazione delle Leggi di Riforma, il popolo si ribellò ed emersero i suoi leader, Villa e Zapata, povera gente proprio come noi, ai quali, come noi, è stata negata la più elementare preparazione. Loro possono usarci come carne da cannone e saccheggiare le risorse della nostra patria. A loro non importa se stiamo morendo di fame e di malattie curabili, né che non abbiamo nulla, assolutamente nulla: né un tetto degno, né terra, né lavoro, né assistenza sanitaria, né cibo, né istruzione, né il diritto di eleggere liberamente e democraticamente i nostri rappresentanti politici, né indipendenza dallo straniero, né pace e né giustizia, per noi e per i nostri figli. Oggi noi diciamo BASTA! Noi siamo gli eredi dei veri costruttori della nazione. Noi, gli espropriati, siamo milioni e perciò chiamiamo a raccolta tutti i nostri fratelli perché si uniscano a questa lotta, che è l’unica strada per non morire affamati davanti all’insaziabile ambizione di una dittatura di più di 70 anni, guidata da una cricca di traditori che rappresenta i gruppi più conservatori e venduti. Sono gli stessi che si opposero a Hidalgo e Morelos, sono gli stessi che tradirono Vicente Guerrero, gli stessi che vendettero più di metà della nostra terra agli invasori stranieri, gli stessi che importarono un principe europeo per governarci, gli stessi che diedero vita alla dittatura degli scientifici porfiristi, sono gli stessi che si opposero all’Espropriazione del petrolio, che massacrarono i ferrovieri nel 1958 e gli studenti nel 1968, sono gli stessi che oggi ci spogliano di tutto, assolutamente di tutto. Per fermare tutto ciò, e come nostra ultima speranza dopo aver tentato di utilizzare ogni possibile mezzo legale basato sulla nostra Magna Carta, torniamo ancora ad essa, alla nostra Costituzione, per applicare l’articolo 39, che dice: "La Sovranità Nazionale ha la sua origine ed essenza nel popolo. Tutto il potere politico emana dal popolo e si costituisce per il beneficio del popolo. Il popolo ha, in ogni momento, l’inalienabile diritto di cambiare o modificare la forma del suo governo" […]. ------ Municipio autonomo ribelle Ricardo Flores Magón La negazione e l’oblio Una chiara ricostruzione storica del conflitto nella zona delle riserve Vogliamo denunciare il nuovo tentativo del malgoverno messicano di scacciare le nostre comunità indigene dalla Riserva Integrale della Biosfera dei Montes Azules (Rebima) e dalla cosiddetta Zona Lacandona, vogliamo denunciare l’inganno che il governo sta tessendo per continuare la sua guerra contro le comunità in resistenza, ora con il pretesto delle zone protette e vogliamo ribadire ai malgoverni federale e statale che le comunità indigene di Ricardo Flores Magón non permetteranno né lo sgombero né la ricollocazione delle comunità, ma difenderemo i territori del nostro popolo indigeno. La negazione e l’oblio Diciamo di nuovo "Basta!" al malgoverno che sta studiando piani di sgombero e ricollocazione delle comunità indigene ribelli. "Basta!" perché nessuno ci ha chiesto nulla quando nel 1972 il presidente della Repubblica ha consegnato le nostre terre ad un pugno di famiglie del Caribe, creando un latifondo di 614.321 ettari battezzato Zona o Comunità Lacandona; nessuno ci ha chiesto niente quando nel 1978 sono stati consegnati al Rebima 331.200 ettari per volontà presidenziale che non prese in considerazione chi viveva su quelle terre e rivendicava da anni il diritto agrario ereditato da Zapata, né prese in considerazione il diritto collettivo dei popoli indios sui propri territori. Il governo saccheggia queste terre da molti anni ed ha permesso l’accesso ad industrie del legname e alla Pemex ed oggi dice di occuparsi dell’ecologia. I malgoverni non hanno mai pensato a chi appartengono queste terre per diritto storico, per diritto collettivo, cioè a noi, indigeni tzeltales, choles, tojolabales e tzotziles dello Stato del Chiapas, i primi fra i primi. Ai malgoverni non importano neppure gli sforzi, le risorse, le speranze ed i sogni delle comunità indigene gettate nell’oblio con la definizione della Zona Lancandona e la Riserva dei Montes Azules, che abbiamo lavorato e rivendicato queste terre per anni ed a loro non importa che i nostri popoli le occupassero fin dal tempo passato e che noi abbiamo bisogno della terra per dar da mangiare alle nostre famiglie, per vivere da indigeni e campesinos: al governo non importa nulla di tutto ciò. I malgoverni non ci hanno mai considerato ed oggi ci considerano illegali, invasori di terre, ostacoli da rimuovere. Il governo non ci ha mai considerato quando ne avevamo il diritto, quando legalmente rivendicavamo la terra: abbiamo trascorso vari sessenni rivendicando legalmente queste terre e nessuno ci ha presi in considerazione, nessuno ha firmato le nostre istanze, né ha ricordato il diritto del contadino alla terra, né il diritto dei popoli indigeni al loro territorio. Poi un presidente, in un paio di giorni, firma una risoluzione inventata dal nulla e dagli anni ottanta hanno cacciato decine di comunità e minacciato centinaia di comunità indigene che popolavano queste terre fin dagli anni cinquanta e sessanta. Poi, ancora una volta nessuno ci ha consultati né presi in considerazione quando si trattò di tradire la Rivoluzione del 1910 riformando l’articolo 27 della Costituzione, tradendo con questo la lotta zapatista dei primi fra i primi, ancora una volta siamo stati dimenticati ed esclusi, nessuno ci ha chiesto se volevamo questa riforma a cui siamo stati sempre contrari. Con questo nuovo tradimento c’è stata la cancellazione e la negazione illegale del nostro diritto di contadini alla terra, dei nostri sogni e delle speranze agrarie. Per questo oggi non riconosciamo nessuno di questi decreti e riforme. Noi continuiamo a vivere qui grazie all’organizzazione delle comunità che si oppongono ai decreti che ha dato vita all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), al coraggio che abbiamo avuto a sollevarci in armi nel 1994, grazie alla resistenza ed alla lotta giusta oggi noi continuiamo ad esserci, a resistere e per questo, perché è nostro diritto costituzionale (vecchio articolo 27) storico e collettivo, non baratteremo i nostri territori, né permetteremo lo sgombero dalle nostre terre e dai nostri territori che oggi lavoriamo e sui quali viviamo e facciamo nascere la nostra cultura. Oggi il malgoverno ripete la storia di negazioni ed oblio con una guerra silenziosa e di sterminio contro gli indigeni di queste terre. Di nuovo, nell’anno 2001, ha promosso riforme costituzionali tradendo gli accordi internazionali su diritto e cultura dei popoli tribali ed indigeni, come il Trattato 169 della OIT, tradendo gli Accordi di San Andrés siglati nel 1996 con l’Ezln ed appoggiati da tutti i popoli indigeni del paese e da vasti settori della società messicana, come dimostrato negli incontri del Congresso Nazionale Indigeno (CNI), con la Consulta Nazionale del 1999 e con la Marcia del Colore della Terra nel 2001. Di nuovo, oggi, ci considerano illegali, invasori, delinquenti e di nuovo ci minacciano con la violenza, la persecuzione, lo sgombero, il carcere e la morte dolosa. Oggi continuano a tenere in considerazione solo le loro leggi ed i loro fini, ma non considerano il nostro diritto. Oggi lo diciamo chiaro, le comunità che si trovano all'interno delle cosiddette Zone Lacandona e Rebima, si trovavano su queste terre o avevano reclamato i loro diritti su di esse prima di questi decreti e di queste riforme. Le comunità che negli ultimi anni hanno preso possesso delle loro legittime terre e territori ed hanno costruito centri abitati, sono state costrette a farlo a causa della crescente militarizzazione delle loro comunità di origine, per la persecuzione militare, paramilitare, giudiziaria e la minaccia di togliere loro le terre. In altre parole, sono rifugiati di guerra. È proprio il governo a far sì che ogni giorno sempre più gente rivendichi il suo diritto alla terra nella Zona Lacandona e nella Riserva […]. ------ Comandante Esther Donne zapatiste Discorso dalla tribuna del Parlamento messicano Secondo quanto garantisce la Costituzione sul rispetto della donna, vorrei spiegarvi la situazione in cui viviamo, noi donne indigene, all’interno delle nostre comunità. La situazione è molto dura. Da moltissimi anni soffriamo il dolore, l’oblio, il disprezzo, l’emarginazione e l’oppressione. Soffriamo l’oblio perché nessuno si ricorda di noi. Ci hanno mandato a vivere nelle più lontane montagne del paese affinché nessuno venisse a visitarci o a vedere come viviamo. E lì non abbiamo acqua potabile, luce elettrica, scuole, case dignitose, strade, cliniche e tanto meno ospedali. Intanto molte delle nostre sorelle, donne, bambini ed anziani muoiono di malattie curabili, denutrizione e di parto perché non ci sono né cliniche né ospedali che ci assistano. Solo in città, dove vivono i ricchi, ci sono ospedali che offrono buona assistenza e servizi. Anche di quelli presenti in città, noi non ne beneficiamo affatto, perché non abbiamo né denaro né mezzi per andarci; e se riusciamo a raggiungere la città, la morte ci coglie durante il percorso. In particolare le donne, che sofferenti per i dolori del parto, si vedono morire i loro figli tra le braccia per mancanza di assistenza. Vedono i loro figli scalzi, senza vestiti perché non hanno soldi per comprarli. Sono le donne, che prendendosi cura della casa vedono tutto quello che manca per l’alimentazione. L’acqua la trasportano con le brocche con 2 o 3 ore di cammino; caricandosi, inoltre, il proprio figlio svolgono tutti i lavori di cucina. Fin da molto piccole impariamo a lavorare facendo cose semplici. Da grandi andiamo a lavorare nei campi, a seminare o ripulire, tenendoci caricati sempre i nostri bambini. Intanto gli uomini vanno a lavorare nelle piantagioni di caffè e di canna da zucchero per guadagnare un po’ di denaro per poter sopravvivere con la propria famiglia. Spesso ritornano malati, senza denaro, a volte già morti. Così la donna soffre ancora di più perché resta sola ad accudire i propri figli. Soffriamo anche il disprezzo e l’emarginazione fin dalla nascita. Siccome siamo bambine, pensano che non valiamo niente, che non sappiamo pensare, né lavorare, né come vivere la nostra vita. Non dandoci l’opportunità di frequentare la scuola, molte di noi donne sono analfabete. Quando siamo un poco più grandi, i nostri padri ci obbligano a sposarci a forza, non importa se noi non vogliamo, non chiedono il nostro consenso. Non rispettano le nostre decisioni. Perché donne ci picchiano, i nostri mariti o famigliari ci maltrattano e non possiamo dire nulla perché, ci dicono, non abbiamo nessun diritto di difenderci. I meticci ed i ricchi si burlano di noi donne indigene per il nostro modo di vestire, di parlare, per la nostra lingua, per il nostro modo di pregare e di curare e per il nostro colore, che è il colore della terra che lavoriamo. Sempre nella terra perché viviamo in lei. Non ci permettono di partecipare ad altri lavori. Ci dicono che siamo sporche, che non ci laviamo perché siamo indigene. Noi donne indigene non abbiamo le stesse opportunità degli uomini, che hanno tutto il diritto di decidere su tutto. Solo loro hanno diritto alla terra mentre la donna non ne ha diritto, come se non potessimo lavorare anche noi la terra e come se non fossimo essere umani. Soffriamo la disuguaglianza. Tutta questa situazione è stata introdotta dai cattivi governi. Noi donne indigene non abbiamo una buona alimentazione, non abbiamo una casa dignitosa, non abbiamo né un centro di salute, né possibilità di studiare. Non abbiamo un progetto di lavoro e così sopravviviamo nella miseria e questa povertà è dovuta all’abbandono del governo, che non si è mai curato di noi come indigene e non ci ha mai preso in considerazione, trattandoci come una cosa qualsiasi. Dice che ci manda aiuti come il Progresa1 ma lo fa con l’intento di distruggerci e dividerci. Questa è la vita e la morte di noi donne indigene […]. ---------------------------- PRIMA PARTE L’adesione indigena ------ Javier Elorriaga Berdeguè Dall’adesione alla costruzione Lo zapatismo a partire dalle sue quattro Dichiarazioni della Selva Lacandona Dalla Prima Dichiarazione della Selva Lacandona, iniziano a profilarsi alcune delle caratteristiche della forma con cui l’Ezln concepisce la lotta per la transizione democratica in Messico. Sebbene ci sia alla base di tutto una Dichiarazione di Guerra all’esercito federale, cioè al "massimo supporto" dell’esecutivo federale, ci sono delle particolarità che la rendono differente da un proclama rivoluzionario di taglio classico, intendendo come classici i movimenti rivoluzionari del secolo XX naturalmente. Per esempio, mentre si dichiara guerra all’esecutivo, si lancia un appello agli altri poteri della nazione, il legislativo ed il giudiziario, affinché si assumano le loro responsabilità e destituiscano l’esecutivo "usurpatore". E il massimo del paradosso è, che quest’azione, chiaramente di sfida al potere dello Stato, trova il suo fondamento oltretutto nella storia nazionale, richiamandosi all’articolo 39 costituzionale. Una rivoluzione che trova la sua legittimità in una Costituzione, niente di più e niente di meno. Non è raro allora che a partire da questa prima dichiarazione salti alla vista una delle particolarità politiche più importanti dello zapatismo: la sua lotta politico-militare non è per il potere. E senza dubbio (sempre c’è un senza dubbio in tutto quello che si dice dello zapatismo), questo non vuole assumersi il ruolo di avanguardia autoeletta alla conquista del potere politico. Ci lascia però qualche dubbio leggere che le forze insorgenti impianteranno nei territori liberati le leggi rivoluzionarie zapatiste e, al finale della prima dichiarazione, leggere il classico: "Unisciti alle forze insorgenti". Come se gli zapatisti non si aspettassero molto dall’appello ai poteri legislativo e giudiziario e ancora una volta si preparavano per una lotta in cui cercavano d’imporre la loro volontà per mezzo delle armi. E ciononostante, quando iniziammo a vedere e ad udire l’attuare degli zapatisti, incominciammo pure a capire che la Prima Dichiarazione non spiegava nella sua totalità il movimento. I "potranno questionare i metodi però giammai le cause", "comandare obbedendo", "tutto per tutti, niente per noi", "siamo soldati perché un giorno non siano più necessari i soldati", così come il rispetto della tregua a partire dal giorno 12 gennaio, ci mostravano una guerriglia che usciva fuori da tutti gli stereotipi. Fu così allora che un esercito popolare, preparato per combattere "fino ad arrivare alla capitale del paese", un esercito formato in maggioranza da indigeni, di non visti e non ascoltati per secoli e secoli, hanno avuto la capacità non solo di vedere e di udire ma soprattutto di ascoltare e, curiosamente per un esercito, di obbedire [...] ai civili. Il clamore da parte della società era chiaro: comprendiamo le cause e condividiamo le richieste, però cercate un’altra via per cercare di raggiungerle. E la risposta zapatista fu ugualmente chiara: che le armi lascino il posto alle parole. Fu a partire da questo momento che si giunse ad una sfida ancor più grande di quella di affrontare militarmente l’esercito federale: l’entrare in pieno, di un esercito indigeno, nella lotta politica nazionale. A partire da questo momento iniziano gli incontri e gli scontri con la società civile e la società politica. Lo zapatismo incomincia a costruire alleanze, a tessere la sua relazione con la società, a cercare di mantenere la sua identità senza essere assimilato, o divorato, dai gruppi politici, cioè, a percorrere il lungo cammino che lo vede diluirsi come esercito ed affermarsi come forza nettamente politica. Questo cambiamento si nota perfettamente nella Seconda Dichiarazione della Selva Lacandona. In questa, allo stesso modo che nella Prima Dichiarazione, di nuovo la storia patria gioca un ruolo importante come elemento identificatore tra l’Ezln e la società, però ora il messaggio principale, che dirige l’azione zapatista, non lascia spazio a dubbi: l’Ezln, mediante la convocazione alla Convenzione Nazionale Democratica, lascia la battuta della lotta politica alla società civile. Durante la Convenzione risaltano le parole zapatiste: "Sconfiggeteci, mai sarà tanto dolce la sconfitta come quella che ci può arrivare da voi", vale a dire, quando la vittoria politica della società civile renderà inutili le armi zapatiste. "Dimostrateci che esiste un altro cammino oltre a quello armato", dicono gli zapatisti ai convenzionisti che si sono dati appuntamento nel Aguascalientes selvatico. Non ci soffermiamo a raccontare ora la storia del perché non riuscì questo tentativo convenzionista, per far questo avremmo bisogno di una intera giornata. L’importante per questi appunti è che nella relazione Ezln-Convenzione, hanno continuato a pesare più i vecchi vizi di un vecchio modo di fare politica che le speranze di fare qualcosa di nuovo. Ciò che è importante far notare è che nonostante che la Convenzione non riuscisse per intero, lo zapatismo continuava a leggere un messaggio che non variava: non usate le armi, continuiamo a tentare la transizione democratica per la via pacifica. È in questo contesto che appare la Terza Dichiarazione della Selva, con un formato simile alle due anteriori, vale a dire, analisi della congiuntura intercalata con l’esempio della storia nazionale, però con una nuova presa di posizione da parte dello zapatismo. Se nella Prima il messaggio era di unirsi alle forze insorgenti e nella Seconda, società civile organizzati e dimostraci che c’è altra via oltre a quella armata, nella Terza si riconosce che non si è potuto avanzare come si sperava e ora l’Ezln cerca un luogo per l’organizzazione della lotta politica, insieme a ciò che chiama cardenismo e con la Convenzione. L’idea era: Cardenismo + CND + EZLN = Movimento di Liberazione Nazionale. L’Ezln non rimaneva già più in disparte aspettando che la società civile si organizzasse, ora voleva un luogo, insieme a quelle che considerava le altre due forze non partitiche importanti, per riuscire ad avanzare nella costruzione della transizione. Questa presa di posizione era importante, perché marcava la decisione dello zapatismo di continuare a costruirsi come forza politica, vale a dire, non speculava sull’idea della lotta armata ma invece avanzava nell’organizzazione della società civile, e di fronte alla lentezza di questo processo s’integrava in pieno nei compiti politici lasciando totalmente da una parte la via armata. Ma nonostante tutto questo neanche questo intento riuscì, soprattutto per l’offensiva militare che il governo federale lanciò contro l’Ezln nel febbraio del 1995. Con gli zapatisti ripiegati fra le montagne del sudest, Convenzione e cardenismo si dedicarono a ripassare le fratture del passato politico e non riuscirono a camminare insieme. Lo zapatismo dovette allora ricominciare quasi da zero, perché per prima cosa dovette aprire l’accerchiamento politico-militare con cui l’aveva isolato il governo e poi dovette tornare a filare alleanze, piani, eccetera. Era chiaro che la Convenzione era già affondata, però era pure vero che la società aveva risposto di fronte all’offensiva governativa di febbraio nello stesso modo dell’anno prima: ribadendo il suo appoggio allo zapatismo ed imponendo una via d’uscita pacifica, non armata. Che fare allora, di fronte alla congiuntura di un governo federale che cerca di distruggerti ed una società civile che insiste a dirti di continuare a lottare però senza le armi? La via scelta fu molto zapatista: domandare ed ascoltare. Ed obbedire. Fu allora che gli zapatisti promossero la consulta in cui chiedevano alla società che cammino dovevano imboccare da lì in avanti. La risposta maggioritaria fu, continuate a lottare senza le armi e per questo organizzatevi come forza politica nuova, senza fondersi con nessuna delle forze od organizzazioni già esistenti. E l’Ezln obbedì, e rispose a questa consulta con la Quarta Dichiarazione della Selva Lacandona, il cui principale messaggio è chiamare alla costruzione del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale, vale a dire, ad un’opzione politico-organizzativa nettamente zapatista. Non aspettare più che la società civile si organizzi e li "sconfigga", ma invece organizzarsi direttamente con tutti quelli che sono disposti a andare avanti organicamente con i ribelli del sud. Una forza quindi che incammina i suoi sforzi ad organizzare i non organizzati e che rispetta la norma zapatista di non lottare per il potere, ma invece, per la costruzione, insieme con altre forze politiche e sociali, di uno spazio veramente democratico che dia un forte impulso alla transizione democratica. L’interessante di questo appello è che lo zapatismo mantiene la sua idea che deve costruire, che deve camminare, insieme con, e non davanti a, la società civile. Così, non c’è un appello ad integrarsi ad un Fronte già strutturato, con programma, statuto e/o altre diavolerie partitarie, ma che costruiscano insieme, civili ed insorgenti, questo spazio organizzativo in cui, in un futuro prossimo, gli zapatisti possano partecipare senza necessità delle armi. La tradizione storica di lanciare un Piano, un Manifesto o un Programma in cui inviti gli altri ad aggregarsi ad un progetto perfettamente delineato e strutturato, rimane ora solo nel passato dopo la Quarta Dichiarazione. Lo zapatismo insiste così, non solo sul fatto che non ha tutte le risposte alla problematica sociale e politica che viviamo, ma pure sul fatto che non le vuole, né le può avere. Insiste nel restare un esercito che vuole smettere d’esserlo e vuole che il suo slogan di comandare obbedendo non sia solamente una meta per il futuro, ma un principio organizzativo nel presente. La pratica del "comandare obbedendo" e della "non presa del potere" come fili direttivi del che fare politico zapatista, uniti all’analisi congiunturale e storica, hanno permesso che dalla richiesta di "adesione" del gennaio del 1994 (Prima Dichiarazione) si passi al "costruiamo" insieme del gennaio del 1996 (Quarta Dichiarazione), lo zapatismo è già maturato come forza politica e si è già guadagnato un posto nella lotta per la democrazia in Messico. ------ Hermann Bellinghausen Nuove postazioni contro l’Ezln Aumenta la presenza dell’esercito nella zona di conflitto Usando le loro stesse parole, la guerra degli zapatisti del Chiapas non si è conclusa, però si è orientata verso il terreno della parola. Su questa contrapposizione l’Ezln ha basato i festeggiamenti del suo doppio anniversario: il fuoco e la parola. I ribelli indigeni hanno usato la parola e hanno chiesto al governo messicano la sua. Lo scambio è stato diseguale: mentre gli zapatisti "fanno quello che dicono", i governi hanno "usato" la parola per nascondere, fingere dinanzi al pubblico e mentire. Ufficialmente si è lasciato credere che l’esercito "ha ripiegato" o "abbandonato" la zona di conflitto del Chiapas nel momento in cui Vicente Fox assunse la presidenza. Di fatto, come documenta una minuziosa indagine recente (che si pubblicherà nel 2004) il totale degli effettivi dispiegati nella Selva Lacandona, ne Los Altos, nella zona del Nord ed alla frontiera è attualmente più elevato che durante lo zedillismo. Si sono create nuove posizioni e si sono rafforzate quelle già esistenti. La relativa assenza di pattugliamenti, e la riduzione numerica dei posti di controllo nelle basi operative sparse nella regione, producono una falsa impressione che si dissipa non appena si attraversino le montagne e la selva, in cui l’esercito mantiene il dispiegamento bellico più imponente dai tempi della rivoluzione. Il dispositivo degli strateghi militari permetterebbe, eventualmente, di attuare una guerra lampo in caso si esaurisca la "pazienza infinita" del governo. Ciononostante, fino ad ora, la guerra del governo ha ottenuto i suoi maggiori dividendi sul terreno della controinsurrezione civile. Ciò, tra l’altro, perché lo stesso movimento zapatista ha adottato dal 1995 un carattere civile, comunitario, e sono stati i villaggi - con la resistenza e la costruzione di municipi autonomi - i veri attori della rebeldía indigena. La maschera della vertigine Il primo gennaio del 1994 un piccolo esercito indigeno, fino ad allora sconosciuto, prese cinque città dello Stato messicano del Chiapas lanciando quel grido di "Ora basta!" che risuonò in tutto il mondo. A volto coperto, poveramente armati di fucili, schioppette e finanche bastoni, i componenti dell’Ezln bloccarono il polso della nazione e proclamarono: siamo qui, esistiamo. L’audacia della loro azione e la dirompenza del loro messaggio impedì al governo di avere il tempo per sterminarli. Gli zapatisti insorsero la stessa notte trionfale in cui entrava in vigore il Trattato del libero commercio dell’America del Nord, che prometteva di portare il Messico nel primo mondo. Gli insorti, che appartenevano ai popoli maya della regione (tzeltales, tzotziles, tojolabales y choles), dimostrarono al mondo che milioni di indigeni messicani vivevano nella miseria, nella dimenticanza e subivano un genocidio ma che, almeno loro, avevano deciso di non permetterlo. Il Chiapas passò dall’essere l’ultimo angolo della patria all’occuparne il centro. Quella stessa notte - pochi lo notarono - cominciava a morire il regime del Partito rivoluzionario istituzionale, che aveva governato in maniera quasi assoluta il paese per sette decenni. Il Pri, che godeva della maggioranza con le buone o le cattive, aveva impedito con successo alterno ma sufficiente la democrazia e l’alternativa politica, in special modo dei popoli indios, "i dimenticati di sempre", come si denominarono gli zapatisti sin dagli inizi dell’insurrezione. Dopo i primi giorni del gennaio 1994, le forze armate del governo lanciarono un’offensiva per accerchiare i ribelli nei loro territori: Los Altos e la Selva Lacandona. I mezzi di comunicazione del mondo intero svelarono allora che, alla base di questo piccolo esercito contadino che sfidava il potere, s’incontravano centinaia di villaggi e comunità che avevano conservato il segreto per dieci anni, mentre l’Ezln maturava tra le montagne e cessava di essere una guerriglia più o meno tradizionale per convertirsi in parte dei villaggi e strumento della loro lotta. Uniti avrebbe compiuto un audace salto verso la modernità che sorprese e smascherò un paese che si stimava contemporaneo, se non "di tutti gli uomini", come sognava Octavio Paz. Gli zapatisti segnarono definitivamente la fine del secolo. Le loro richieste furono adottate e legittimate da milioni di indigeni del paese intero, e appoggiate da diversi gruppi sociali, che avrebbero adottato il ruolo di "società civile" descritto nei libri. Il governo del Pri di Carlos Salinas de Gortari si vide obbligato a negoziare con gli insorti. Nel 1995, l’ultimo presidente del Pri, Ernesto Zedillo Ponce de León, disattese la tregua, occupando militarmente le comunità ribelli e provocando lo spostamento di migliaia di contadini maya e riattivando la guerra, nella sua modalità a "bassa intensità". Da allora, una nuova forma di lotta s’impossessò dei giorni e dei territori di migliaia di uomini, donne, bambini e anziani: la resistenza. L’esercito zapatista ripiegò verso le montagna, da dove era venuto, e dal gennaio del 1994 non ha effettuato alcuna azione offensiva. A differenza delle guerriglie latinoamericane tradizionali, l’Ezln offre la pace mentre chiede la giustizia e la dignità. Centinaia di simpatizzanti e militanti dell’Ezln, senza dubbio, sono stati assassinati durante la fragile "tregua", e molti di coloro che hanno conosciuto l’esilio ancora oggi non hanno fatto ritorno. Il mostro paramilitare fu impiantato freddamente dal governo di Zedillo e dagli strateghi militari, ciò che ha danneggiato gravemente la convivenza all’interno dei villaggi. Il mostro non è scomparso, ha soltanto cambiato aspetto (e anche questo, a malapena). In un mondo di tradizioni millenarie sempre mutevoli, nel cuore di un movimento sociale straordinario, i villaggi ballano, i giovani s’innamorano, i bambini e le bambine accedono alla meraviglia del mondo tra le montagne verdi dove nacquero liberi, ma sotto la minaccia permanente di una guerra di sterminio. Il mais nasce nei loro campi. Il Popol Vuh, un libro che raccoglie una parte del pensiero antico dei maya centroamericani, dice che questi popoli sono creati dal mais. Nei loro campi e nei loro villaggi la vita quotidiana fiorisce al rischio ed alla resistenza attiva, che sono le forme della conoscenza di cui i villaggi zapatisti dispongono. Anche in questo modo insegnano al mondo ad essere loro contemporaneo. L'influenza della ribellione indigena agli albori del secolo XXI dimostra che nessuno in Messico si è mai diretto con maggior velocità di loro verso il futuro, "i più piccoli, i dimenticati di sempre". Il loro tempo procede con tanta rapidità che sembra trattenuto. È la maschera della vertigine. Nessuna storia del Messico moderno è stata raccontata più costantemente della ribellione nelle montagne del sud-est messicano. Lo hanno fatto gli stessi insorti, i mezzi di comunicazione di diversi paesi, pensatori e analisti che simpatizzano o no con la loro causa, storici, cineasti (senza contare un numero immenso di falsificatori prezzolati). La maschera che li rese visibili ha protetto gli zapatisti dallo sterminio. Come la loro parola e la costruzione di alternative comunitarie a livello locale. È frequente l’affermazione che lo zapatismo "precedette" i nuovi movimenti sociali come l’altromondismo globalizzatore e alcune lotte popolari e di liberazione che stavano per cominciare nelle diverse regioni del mondo. ------ Pablo Gonzàles Casanova Una nuova forma di pensare e fare I Caracoles zapatisti. Reti di resistenza e autonomia Dei ricchi contributi forniti dal movimento zapatista alla costruzione di un’alternativa, il recente progetto dei Caracoles dipana molte false discussioni di politici e intellettuali. Il progetto dei Caracoles "apre nuove possibilità di resistenza e di autonomia dei popoli indigeni del Messico e del mondo, una resistenza che comprende tutti i settori sociali che lottano per la democrazia, la libertà e la giustizia per tutti", secondo le parole del comandante Javier. In Spagna, qualcuno commenta: "Lo zapatismo è diventato uno strumento che può essere usato da tutte le ribellioni che solcano il mare della globalizzazione. C’invita a concretizzare la costruzione comunitaria e autonoma con la pazienza e la tranquillità del caracul". L’idea di creare organizzazioni che siano gli strumenti di obiettivi e valori da raggiungere e facciano in modo che l’autonomia ed il "comandare obbedendo" non rimangano nel mondo dei concetti astratti né delle parole incoerenti, è uno dei contributi più importanti dei Caracoles. I loro creatori sono coscienti dei limiti e delle possibilità del progetto. Il Subcomandante Marcos riconosce con un misto di modestia ed entusiasmo che i Caracoles costituiscono "una piccola parte di quel mondo cui aspiriamo, fatto di molti mondi. Saranno - afferma - come porte per entrare nelle comunità e da cui le comunità escano; come finestre per guardarci dentro e perché guardiamo fuori; come altoparlanti per lanciare lontano la nostra parola e per ascoltare quella che arriva da lontano. Ma soprattutto per ricordarci che dobbiamo vegliare e stare attenti a ciò che succede nei mondi che popolano il mondo". Nelle sue parole ci sono i fatti. Quando il governo non ha rispettato gli accordi di San Andrés ed ha rifiutato di riconoscere i diritti dei popoli indios, non rispettando i suoi impegni, gli zapatisti non hanno fatto appello alle armi. Si sono messi a costruire l’autonomia nei "territori ribelli", come informa il comunicato del 19 luglio 2003. Le comunità zapatiste hanno deciso di costruire "municipi autonomi" (un obiettivo, sicuramente, che avevano "elaborato" fin dal principio della loro insurrezione). Le comunità hanno nominato le loro autorità locali ed i loro delegati per compiere il mandato ai diversi livelli ben sapendo che se non lo svolgeranno correttamente saranno revocati. Allo stesso tempo hanno continuato a promuovere modalità concrete del "comandare obbedendo". Hanno anche rafforzato i vincoli di solidarietà specialmente tra le comunità locali di diverse etnie. Inoltre, hanno articolato unità più grandi che comprendevano vari municipi, note prima come Aguascalientes, sostituiti oggi dai Caracoles. Il cambiamento ha diversi significati ma, tra gli altri, il più importante sembra essere la trasformazione di zone di solidarietà tra località e comunità affini in reti di governi municipali autonomi, che a loro volta si articolano in reti di governo che comprendono zone e regioni più ampie. Tutte le comunità costruiscono l’organizzazione di reti minime di governo e di reti di alleanze più grandi. In tutti i casi praticano la conoscenza e la gestione della politica interna ed esterna, di quartiere e di villaggio, dell’insieme dei villaggi che compongono un municipio, di villaggi ed autorità che si articolano in diversi municipi [...]. La dimensione e la profondità del nuovo progetto zapatista corrispondono alla capacità che ha dimostrato questo movimento nella ridefinizione del suo progetto ribelle nei fatti ed anche nei concetti, mantenendo nello stesso tempo i suoi obiettivi fondamentali di un mondo con democrazia, libertà e giustizia per tutti. Inoltre, nelle sue riflessioni ed elaborazioni, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) continua ad usare uno stile originalissimo di pensare ed agire che combina la narrativa del vecchio Antonio - che ricorda il passato per costruire il futuro - con le utopie e certezze dialettiche di Durito, lo scarabeo cavaliere errante moderno e postmoderno, antisistema. In realtà, gran parte di quanto si propone il progetto dei Caracoles era già stato espresso fin dagli inizi del movimento zapatista come la lotta per "i municipi autonomi ribelli". Ma questo ed altri concetti fondamentali sono stati oggetto di oblio e di incomprensione tra compagni, fratelli, simpatizzanti, avversari e nemici. Il nuovo progetto dei Caracoles non solo ridefinisce con chiarezza concetti che si sono prestati alle più diverse interpretazioni, dibattiti e perfino opposizioni. Articola e propone un progetto alternativo di organizzazione (intellettuale e sociale insieme) che, partendo dal livello locale e privato, passa al livello nazionale ed arriva a quello universale. Dalla partenza all’arrivo, lascia ai suoi membri tutta la responsabilità di come realizzare il percorso: se dal grande al piccolo o dal piccolo al grande, o in tutti e due i modi, suddividendo il lavoro in una direzione per alcuni ed un’altra o altre per gli altri. La concretizzazione del progetto si ha nel trasformare le lotte per le autonomie e la creazione di autonomie in reti di popoli autonomi. Si tratta di un programma di azione, di conoscenza, di perseveranza e di dignità per costruire un mondo alternativo, organizzato nel rispetto delle autonomie e delle reti di autonomie. Il suo proposito è di creare con le comunità, dalle comunità e per le comunità, organizzazioni di resistenza che fin da ora formino maglie articolate, coordinate ed autogovernate che permettano loro di migliorare la capacità di contribuire a che un altro mondo sia possibile. Nello stesso tempo, il progetto postula che da adesso, per quanto possibile, le comunità ed i popoli debbano esercitarsi nell’alternativa che vogliono realizzare per acquisire esperienza. Non aspettare di avere più potere per ridefinire il nuovo modo di esercitarlo. Il progetto di potere, insomma, non si costruisce nella logica del "potere dello Stato" che imprigionava le posizioni rivoluzionarie o riformiste precedenti, lasciando digiuno di autonomia il protagonista principale, sia che fosse la classe operaia, la nazione o la cittadinanza. Non si costruisce neppure secondo la logica di creare una società anarchica, logica che prevaleva nelle posizioni anarchiche e libertarie (e che sussiste in espressioni infelici come quella di "antipotere" che neppure i suoi autori sanno che cosa voglia dire), ma si rinnova nei concetti di autogoverno della società civile che "acquisisce il potere" attraverso una democrazia partecipativa, che sa farsi rappresentare e sa controllare i suoi rappresentanti in ciò che è necessario per il rispetto degli "accordi". Quello dei Caracoles è un progetto di popoli-governo che si articolano tra loro e che cercano di imporre percorsi di pace, in tutto quanto sia possibile, senza scoraggiare moralmente o materialmente i popoli-governo, ancor meno in situazioni e regioni dove gli organi repressivi dello Stato e le oligarchie locali, con i loro diversi sistemi di corruzione e repressione, stanno seguendo i modelli sempre più aggressivi, crudeli e stupidi del neoliberismo di guerra che comprendono la fame, la malattia e "l’ignoranza imposta" dell’immensa maggioranza dei popoli, sia per indebolirli che per decimarli o distruggerli, se necessario, quando falliscano i sistemi di intimidazione, cooptazione e corruzione dei leader e delle masse. Il nuovo progetto dei Caracoles combina ed integra nella pratica entrambe le logiche, quella della costruzione del potere attraverso reti di popoli autonomi e quella dell’integrazione di organismi di potere come autogoverni di coloro che lottano per un’alternativa dentro il sistema. Il progetto fa propri gli elementi antisistema con i quali la creazione di municipi autonomi ribelli inizia a rafforzare la capacità di resistenza dei popoli e la sua capacità di creazione di un sistema alternativo. Entrambe le politiche - la costruzione e l’integrazione del potere - sono indispensabili ad una politica di resistenza e di creazione di comunità e di reti di comunità che facciano del rafforzamento della democrazia, della dignità e dell’autonomia, la base di qualsiasi progetto di lotta. I Caracoles corrispondono ad un nuovo stile di esercizio del potere di comunità intessute nella resistenza e per la resistenza, nelle quali coloro che comandano si sottomettono alle comunità per costruire ed applicare le linee di lotta e di organizzazione, senza che per questo smettano di dire "la loro parola" né gli uni e né gli altri, ma sempre nel rispetto dell’autonomia e della dignità di persone e popoli che riconoscono in ogni atteggiamento paternalistico ed in ogni "generosità umanitaria" non solo qualcosa di simile alle "azioni civiche" dei nemici, ma pure alle azioni sbagliate degli amici, fratelli e compagni che non hanno ben compreso l'importanza della solidarietà impegnata e rispettosa. Più che un’ideologia del potere dei popoli-governo, i Caracoles costruiscono ed esprimono una cultura del potere che nasce da cinquecento anni di resistenza dei popoli indios d’America e che s’inserisce nella cultura universale per la costruzione di un mondo tanto vario quanto quello che implica qualsiasi alternativa multinazionale, multiculturale, con diverse civiltà ed anche con caratteristiche e valori comuni dei costruttori dell’alternativa stessa. I cambiamenti che portano alla concretizzazione ed alla precisione del pronunciamento zapatista sui Caracoles, corrispondono ad un metodo molto innovativo che dobbiamo rendere esplicito per noi stessi senza timore di sbagliarci e di farci correggere da quelli che lo hanno scoperto o gli danno un altro significato. Dobbiamo anche trasformare questo modo di pensare, oggi identificato con lo zapatismo, in una specie di sentire comune in cui siano presenti i nostri diversi modi di pensare, di esprimersi, di agire, sapendo che il necessario dialogo chiarisce affinità e differenze e favorisce linguaggi comuni e consensi sempre più ampi, capaci di un agire multiculturale per un mondo alternativo. Chiarito che "il modo di pensare" non è tutto e che a ciò si aggiungono le "verità del cuore", fondamentali nella cultura maya, abbiamo bisogno di continuare a precisarlo per noi stessi ed agli altri con dialoghi e testi che raccolgono il suo uso da quando gli zapatisti hanno iniziato ad impostare un nuovo progetto universale, nei loro comunicati insurrezionali ed in quelli diffusi durante i dialoghi di San Andrés e durante la lotta per i diritti dei popoli indios, fino ad ora, nel momento in cui fanno loro quei diritti che formalmente sono stati loro negati. In questa nuova tappa della loro storia, gli zapatisti costruiscono un’alternativa pacifica di transizione ad un mondo praticabile, meno autoritario, meno oppressivo, meno ingiusto, che abbia la capacità concreta di continuare a lottare per la pace con democrazia, giustizia e libertà. Il metodo o la maniera più o meno costante di fare e di pensare, pare avere sette caratteristiche principali. La prima consiste nell’usare le combinazioni più che le disgiunzioni. Invece di dire e fare "questo o quello", si dice e si fa "questo e quello". L’insieme è molto più della somma delle parti: è l’articolazione delle parti. Il problema tra fratelli è duplice: non sottrarre né disarticolare. La forza di resistere cresce quando i popoli indios non solo si articolano tra loro, ma anche con i popoli non indios che lottano per gli stessi obiettivi, sempre nel rispetto delle differenze personali o religiose o culturali o tattiche. La seconda caratteristica consiste nel generalizzare i concetti contemporaneamente alla generalizzazione delle reti di comunità. Quando si generalizza il pensare, tenendo conto dei protagonisti sociali pensanti che compongono le reti della resistenza e delle alternative, si possono focalizzare con maggiore facilità i problemi dell’unità nella diversità e la possibilità concreta che diversi protagonisti partecipino alla stessa lotta in maniera uguale o diversa: così, per esempio, se la generalizzazione avviene in relazione all’unione di diversi popoli maya e da lì si passa a generalizzare comprendendo popoli indios nahoas, mixtecos, tarascos (...), le generalizzazioni si arricchiscono delle particolari esperienze di resistenza e autonomia che gli altri popoli vivono ed esprimono. La forza della generalizzazione attuale è ancora maggiore quando s’includono come protagonisti i contadini, i lavoratori, gli studenti che pensano ed agiscono in funzione degli stessi obiettivi etici, culturali e sociali della resistenza e del mondo alternativo, ma che possono avere strategie e tattiche diverse per raggiungerli, alcune valide solo nella situazione specifica ed altre che possono essere adattate per combinare esperienze che rafforzano ed ampliano le reti. In terzo luogo, il metodo permette l’elaborazione di concetti sempre più profondi, come quando si percepisce chi sta facendo crescere la resistenza e chi la sta indebolendo, corrompendo o distruggendo, in maniera deliberata o meno. Il concetto e la forza delle reti si approfondiscono (e questa è una quarta caratteristica) quando tanto nell’azione quanto nella riflessione, si passa dalla lotta contro il cacique alla lotta contro il governatore che appoggia il cacique e da lì si sale a tutta la "specie" o la "classe" di "ricchi e potenti" che appoggiano non solo il cacique contro cui si sta lottando, ma pure altri caciques, politici ed impresari che appoggiano una compagnia multinazionale da cui dominano o cercano di dominare grandi territori con progetti come il Plan Puebla Panama. Immediatamente diventa chiaro a se stessi, come persona o collettività, che la lotta contro il cacique non è solo la lotta di un popolo, ma di molti, e che tutti gli "uomini del potere e del denaro" non solo appoggiano il cacique o i caciques quando si sentono minacciati, ma addirittura scatenano una guerra nascosta o aperta con forze convenzionali e no, militari e paramilitari, destinata a difendere i loro interessi e valori o a conquistare nuove ricchezze, territori e popolazioni che diventeranno futuri "profughi", "sepolti" o "salariati irregolari". Quinto: Per resistere all'attacco della "specie" o "classe" dei ricchi e potenti che si protrae da cinquecento anni, nel cuore (nel senso maya del termine) e nella coscienza (nella ridefinizione critica della teoria della prassi) si sente che è necessario allargare le articolazioni delle forze sorelle che attualmente o potenzialmente lottano per gli stessi obiettivi ne Los Altos e nelle selve del Chiapas, o dovunque in Messico e nel mondo. Una sesta caratteristica si presenta come segue: Passare dall’astratto o formale al concreto o attuale, corrisponde all’espressione "andare al di là di..." che allude alle tappe superate. Ma qui l’espressione "andare al di là" coglie la necessità di superare ciò che nel passato ha mostrato debolezze e mantenere nello stesso tempo quello che nel passato ha dato forza alla resistenza ed alla costruzione di un’alternativa, questo sì, con i dovuti adattamenti e ridefinizioni che l’esperienza esige e che consigliano i cambiamenti, propri della narrativa del vecchio Antonio. Una settima e ultima caratteristica di questa lista incompleta, è in relazione con le utopie che si esprimono e si realizzano pur tra contraddizioni. È la necessità di superare "le idee dei cavalieri erranti" che cercavano di "riparare i torti" per costruire ("facendo strada camminando" come disse il poeta) relazioni personali, relazioni sociali, culturali, sistemi sociali che, pur tra gli ostacoli, favoriscano la pratica e la concretizzazione di determinati obiettivi come "la democrazia, la giustizia, la libertà". Questa è la caratteristica dei sogni e delle impertinenze di Durito, di quei sogni ed impertinenze, ben o mal giudicati, idealisti e picareschi di cui si nutre l’immaginazione del mondo intero, maya o non maya, occidentale o non occidentale, classico o moderno, o postmoderno. Sembra qui necessario chiarire che in tutti i casi, i metodi del vecchio Antonio e di Durito si congiungono. Entrambi prospettano la dignità di persone e collettività come elemento di forza indistruttibile, non negoziabile, cioè come l’arma più feroce contro la dittatura del mercato e la colonizzazione mercantile della vita. Per essere effettiva, la dignità si articola nell’autonomia della persona e delle collettività. Non solo diventa includente, raccogliendo la miglior tradizione liberale del rispetto di tutte le credenze, religioni, razze, nazionalità, civiltà, ma incoraggia pure tutti quelli che, siano indios o no, messicani o no, vogliono costruire un altro mondo possibile, e che si organizzino in reti di autonomia lì dove vivono, includendo i propri vicini prossimi e lontani, conversando con loro, scambiando sogni infranti e realizzati ed andando molto al di là della solidarietà, di per sé valida, ma insufficiente, verso la costruzione ed organizzazione di reti di popoli autonomi e di altre forze in lotta per un mondo in cui tenda a prevalere la democrazia, la giustizia e la libertà. Il progetto dei Caracoles è la sintesi di molti precedenti progetti degli zapatisti, quelli che il mondo ha iniziato a conoscere dieci anni fa e che ora si articolano in quelli scoperti durante il cammino verso il riscatto del mondo per l'umanità di indios e no. Se lottano per la democrazia, la libertà e la giustizia iniziano a praticarle ed a rafforzarle nella propria terra. Il nuovo progetto zapatista si lega a tutte le forze che lottano contro il neoliberismo, contro la guerra economica e militare che fa stragi nei paesi soggetti ai sistemi di indebitamento e di saccheggio imposti dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, dalle grandi potenze con a capo il governo degli Stati Uniti ed i suoi alleati e subordinati locali, come l’attuale governo del Messico, e tutti i partiti che in Senato ed alla Camera dei Deputati del Messico hanno negato e tolto ai popoli indigeni i diritti che si erano impegnati a riconoscere loro. La miopia o la cecità delle forze dominanti è tale, e la loro superbia o capacità di inganno tanto accecata, da non riuscire a vedere l’immensa opportunità che si presenta con la messa in marcia dei Caracoles nell’imporre un cambiamento storico pacifico mediante il negoziato, senza cooptazione né mediatizzazione di leader e tramite forze che lottano per sopravvivere e per un mondo alternativo. Gli zapatisti offrono al Messico, un’altra volta ancora, un nuovo cammino di pace, con le porte e le finestre aperte all’umanità. Una nuova strutturazione del potere La fondazione dei Caracoles negli antichi Aguascalientes fornisce vari contributi alla ristrutturazione del potere in modo pacifico e dentro il quadro della Costituzione. Nello stesso tempo, mentre conserva la sua convinzione ribelle, genera una nuova logica legislativa che viene dalla società civile ed il cui carattere innovatore molto probabilmente s’estende come la "spirale dal tratto deciso" che il vecchio Antonio ha tracciato nella corteccia di un albero. Dalla spiegazione concisa del comandante Brus Li (9 agosto 2003) e da altri testi che sintetizzano quello che sono i Caracoles, si comprendono alcune priorità nell'azione politica per la ristrutturazione del potere e per la creazione di percorsi verso un mondo alternativo. Queste priorità si diffonderanno sicuramente tra molti movimenti alternativi dentro al sistema e antisistema, in un dialogo universale, reale e non solo virtuale, a distanza ed in diretta, che si realizza già attraverso i "siti" e i periodici via internet e incontri e manifestazioni che vanno dalla Lacandona stessa e dall’ "Altro Davos" fino a Seattle e Cancún. Precisare quali sono le priorità dei Caracoles nella concretizzazione o attualizzazione della ristrutturazione del potere dal basso e da quelli che stanno in basso, in diverse parti del paese e del mondo, presenta difficoltà e traduzioni da una lingua all’altra, da un linguaggio metaforico ad un altro più o meno diretto, e da una realtà storico-sociale e culturale specifica ad una diversa. Prevede anche la scoperta di simpatie e differenze concrete che i protagonisti collettivi, rurali e urbani, asiatici, africani o americani del nord e del sud, europei ed australiani, rivelano nelle diverse realtà. Le generalizzazioni appaiono dal vivo, le spiegazioni universali pure e questo permette di distinguere meglio le differenze che si devono rispettare e conservare e quelle che portano al necessario dialogo dell’universo dei protagonisti. Le buone traduzioni concettuali, razionali ed emozionali, facilitano la conoscenza di quanto gli zapatisti si propongono con la fondazione ed organizzazione dei Caracoles, questa strana metafora che ha qualcosa della cultura mesoamericana e qualcosa del pensiero critico più profondo ed attuale. "Molti" dovranno fare analisi, rinnovare (o concretizzare) concetti comuni applicabili e variazioni universali. Dovranno dar priorità, come generi, al dialogo ed al dibattito, all’argomentazione esatta che avvicina agli obiettivi più cari fino a quando uno deve retrocedere per farsi precedere da quel desiderio di capire qualcuno mediante l’osservazione, la riflessione e l’espressione chiara, le "parole fondamentali" che raccolgono consensi ed effetti nella resistenza e nell’autonomia articolate. Dalle parole del Subcomandante Marcos sull’organizzazione dei Caracoles, si evince che questi corrispondono alla conoscenza dell’interiore e dell’esteriore, della visione di chi non solo si guarda, ma guarda gli altri; di chi s’incoraggia ed incoraggia gli altri - per quanto lontano siano e per quanto addormentati giacciano nelle loro fughe e nei loro sogni - a partecipare con azioni sempre più efficaci per raggiungere gli obiettivi proposti. I Caracoles si organizzano per non perdersi a pezzi, per vedere l’insieme e per agire nell’insieme articolato dei popoli della propria "terra" e del mondo. Saper ascoltare e parlare per pensare ed agire, corrisponde ad un insieme di azioni organizzate il cui punto di partenza sta nell’evocazione degli dei mesoamericani che incaricarono qualcuno di sostenere il cielo. Per svolgere il suo compito, "il sostenitore del cielo" si mise "appeso sul petto un caracol con cui ascolta i rumori e i silenzi del mondo per vedere se tutto è a posto e con il caracol chiama gli altri sostenitori perché non si addormentino o perché si sveglino" (4 agosto 2003). A quest’evocazione mesoamericana se ne aggiunge un’altra che collega gli "antichi maestri" dei maya al cuore di Pascal e ad una nuova filosofia dei "ragazzi delle bande", emotiva e tecnologica nello stesso tempo, che appare nella cosiddetta "Era della Comunicazione" e che prospetta il sapere come potere alternativo. A detta degli "antichi maestri", "finché la parola cammina il mondo è possibile che il male si calmi e il mondo sia a posto…". "Così dicono" - commenta il Subcomandante - ed aggiunge: "Per questo la parola di chi non dorme, di chi vigila sul male e sulle sue malvagità, non cammina in linea retta da un lato all’altro, ma cammina verso se stessa seguendo le linee del cuore, e verso l’esterno seguendo le linee della ragione...". (Un commento: Durito ha fatto notare al Sub che sarebbe stato meglio che "avesse messo": "che cammina verso se stessa e verso l’esterno seguendo le linee del cuore e della ragione...". Senza la disgiunzione che nel passato ha negato l’autocritica del cuore... e perfino della ragione…! Ancora non si sa perché il Subcomandante abbia preferito questa versione...). Una lettura corretta dei principi del pensare-fare delle nuove organizzazioni zapatiste, obbliga non solo ad includere la vasta gamma che va dalla conoscenza di se stessi fino ai processi storici che, tra le svolte, riescono a raggiungere punti sempre più alti. Un’attenta lettura dei testi metaforici, narrativi, riflessivi, ammonenti e convincenti dell’Ezln, porta ad una maggiore comprensione solo se ognuna delle loro espressioni ed immagini si lega all’enorme capacità di resistenza che hanno dimostrato gli zapatisti in tutti questi anni di assedio e dolore, di povertà ed inganni, senza che abbiano distrutto in loro né la speranza, né la decisione di continuare a lottare, né l’immensa capacità di cercare nuove forme di costruire un altro mondo che sia possibile nelle parole e nei fatti. Con questo stesso spirito bisogna abbozzare alcune priorità dei Caracoles e relativizzare quello che a volte si dice di loro, chiarendo ovviamente che questa è solo una lettura e che ce ne possono essere altre, anche degli stessi autori: 1. Nell’ambito legale e nazionale, creare l’autonomia esercitata e non dipendere dal fatto che lo Stato la riconosca per organizzarla, che significa assumersi in prima persona il compito e l’esercizio di costruire e praticare l’autonomia e l’autogoverno. L’autogoverno è responsabile di mettere in pratica i principi di democrazia, giustizia e libertà e di renderli espliciti alla comunità o alle comunità che costituiscono l’autogoverno e alle persone che lo compongono, la cui autonomia di pensiero e critica dovrà pure essere rispettata. 2. Combinare la democrazia partecipativa con la democrazia elettorale sempre che alla democrazia venga dato il suo significato reale di governo del popolo, per il popolo e con il popolo, ed a questo significato si aggiungano gli annessi essenziali della lucida proposta che gli autogoverni siano multietnici e rispettosi delle diverse credenze e filosofie, così come dello spirito laico nell’istruzione, della ricerca e della diffusione della cultura. 3. Passare dagli "spazi di incontro" critico e contestatario, generatori di speranze e piani di azione, alle giunte di Buon Governo che ascoltano, fanno, decidono e comandano, obbedendo alle comunità ed alle loro organizzazioni territoriali. 4. Assumere il ruolo e "la logica del legislatore dell’alternativa" per rendere effettivi i diritti dei popoli indios nell’organizzazione della loro autonomia. Il Buon Governo dei Caracoles deve essere il primo a riconoscere ed esercitare i diritti per non agire con arbitrarietà come fa il malgoverno. Nel caso che alcune regole risultino essere poco convenienti nella pratica, il Buon Governo le modificherà previa consultazione con le comunità. Nel caso che il Buon Governo diventi malgoverno, sarà destituito dalle comunità. (Usanza d’altro canto molto sperimentata nelle culture mesoamericane e che oggi si arricchisce con le esperienze di altre culture ed organizzazioni politiche che si erano proposte l’autogoverno e non ce l’hanno fatta per errori o populismo o caudillismi non superati, non controllati ed i cui effetti autodistruttivi non erano nella coscienza concreta di chi voleva costruire autentici autogoverni). 5. Impedire in tempo qualsiasi spaccatura nell’autonomia e nell’unità perché entrambe sono la forza delle comunità e possono essere preservate solo se il Buon Governo impedisce, con il quotidiano esercizio della democrazia, la formazione di mafie e clientele che si stacchino dalle proprie comunità e facciano del separatismo di comunità e di popoli un modo per soddisfare ambizioni meramente personali o di gruppo, come è accaduto in molti paesi della nostra America, le cui oligarchie del XIX secolo hanno infranto l’ideale bolivarista, o nella Yugoslavia che mise in primo piano il suo fallito progetto di autogoverno, origine delle mafie che dopo la sconfitta hanno mostrato ed accresciuto le loro fortune illegali ed i loro autoritarismi contumaci. Se quelle lezioni di morale sono ben lungi dall’essere "pure illusioni" per qualsiasi progetto di interesse generale, è suicida dimenticare le lezioni storiche dell’immoralità passata e presente. Quelle lezioni sono chiare nello zapatismo quando dichiara indegni coloro che abusano del potere o si piegano davanti al potere, coloro che danno regalie e fanno concessioni personali e paternaliste dall’alto del potere, e coloro che le accettano sottomessi. 6. Avere la capacità di cambiar se stesso ribelle senza smettere di esserlo. Avere l’interezza di passare da progetti insurrezionali armati a progetti di negoziato senza tentennamenti - come a San Andrés - o a posizioni di arroccamento nella resistenza - come dopo che il Congresso ha negato i diritti ai popoli indios - o alla ristrutturazione del potere locale con le reti dei Caracoles, dopo un lungo periodo di silenzio espressivo e riflessivo durante il quale le esperienze dell’organizzazione preliminare e locale del Buon Governo nell’autonomia hanno permesso di proporre un progetto forte di reti con prospettive nazionali ed internazionali. 7. Abbandonando la presa del potere con la forza, costruire il potere delle comunità come progetto che combina il micro ed il macro nel processo di costruzione delle basi organizzate, con le variazioni necessarie in alcune regioni o paesi rispetto ad altri, ed in diverse situazioni all’interno dello stesso paese o della stessa regione. Forse per questo punto è necessario chiarire un poco di più che il progetto degli zapatisti non corrisponde alla logica anarchica o libertaria, per aggiornate che siano, né alla logica statalista di presa del potere dello Stato o di riforma dello Stato, per decaduti o disprezzati che siano. Bisogna chiarire che il progetto cerca di costruire il potere a partire dalla società civile, cosciente che quella costruzione in molte parti del mondo, con l’esaurimento delle lotte politiche e continuando a subire persecuzioni armate convenzionali o no, obbliga gli abitanti ad esercitare il diritto all’autodifesa dei propri villaggi e delle proprie case, e che se ad un certo momento propongono azioni armate per una ribellione contro l’ordine ingiusto ed oppressivo, predatore, sfruttatore ed escludente, ora ancora una volta confermano la loro vocazione pacifica con un nuovo cammino che, per quanto possibile, sarà ribelle ed agirà nell’ambito legale e che farà tutto quanto è necessario nelle sue strutture politiche e sociali per impedire negoziati con cooptazioni che incrinino l’autonomia delle persone e delle comunità. La politica della dignità inizia dal rispetto di se stessi che esige ed organizza il rispetto degli altri. La lotta per la costruzione del potere a partire dalle più piccole comunità e municipi fino alle zone e alle regioni articolate, è la lotta concreta degli zapatisti. Costituisce un contributo molto importante alla crescita della forza necessaria nella transizione ad un mondo nuovo senza sostenere una "teoria generale" per cui ovunque, tutti, in qualsiasi momento dovrebbero costruire la transizione allo stesso modo, il che sarebbe assurdo ed errore in cui cadono coloro che dimenticano l’enormità e la varietà del mondo. Nello stesso tempo, questa posizione degli zapatisti non è né "antipartito" né cerca di fondare un partito. Gli zapatisti non si propongono di fondare un partito che sia alla testa di un blocco per la presa di potere dello Stato, né vuole competere nelle elezioni come un nuovo partito dello Stato. Tentano di percorrere il nuovo cammino di costruzione di comunità e reti di comunità autonome. Se queste ultime ottengono per caso una "ricollocazione distrettuale" ed una "rimunicipalizzazione" riconosciuta dal governo, questo fatto, come gli Accordi di San Andrés, sicuramente non implicherà nessuna concessione di principio e permetterà solo che i popoli lottino per i propri valori ed interessi entro una legalità formalmente riconosciuta. In ogni caso, la politica di "ricollocazione distrettuale" e "rimunicipalizzazione" presuppone, come requisito minimo e prova di buona volontà del governo, l’abbandono della pressione militare e paramilitare che i popoli indios hanno subito e subiscono. La sua necessaria cessazione è ineluttabile per la costruzione del nuovo cammino. Se questo non avviene, è perché nel governo continuano a dominare la cecità e la miseria con cui il Congresso ha respinto i diritti dei popoli indios, contro la volontà dei popoli del Messico e della nazione messicana. La mancanza di riconoscimento legale dell’autonomia renderà difficile ma non fermerà la marcia dei Caracoles ed il loro vigoroso progetto di costruire ed articolare le autonomie dei popoli indios e non indios. Il progetto rientra nella Costituzione e nel diritto di associazione dei popoli e dei cittadini. 8. Chiarire che sebbene la nuova politica non sia insurrezionale né riformista né libertaria o anarchica, riconosce la validità di molte categorie scoperte da quei movimenti e perfino da altri precedenti, come i liberali e patriottici della nostra America, ma che risiede invece nel pensare e nell’agire collettivo dei popoli indios scoprire le definizioni attuali ed i linguaggi comunicativi del pensiero critico e alternativo, di sistema e antisistema, nelle sue diverse versioni ed esperienze riformiste e rivoluzionarie o nazionaliste o libertarie. Inoltre, è necessario chiarire con reiterate espressioni verbali, mimiche, intertestuali, che ci sono elementi del postmodernismo europeo e statunitense nelle sue manifestazioni più creative e radicali, che sono e saranno incluse nei testi e contesti del Buon Governo con i loro limiti attuali e con quelli che appariranno dalle porte e dalle finestre della "più piccola delle alternative" o da quelle che si articolano da qualsiasi punto cardinale. Non c’è alcun dubbio che questo non sia un progetto solo zapatista o indigeno o chiapaneco o messicano, ma che invece vada incontro nel dialogo a livello mondiale a progetti simili, così com’è giustificatamene orgoglioso del mandato lasciatogli dai "primi abitanti di queste terre". 9. Precisare che il progetto dei Caracoles passa dalla mera protesta, o manifestazione o mobilitazione, alla resistenza ed all’organizzazione del pensiero, della volontà e dell’azione. Assume come prioritarie le politiche dell’educazione e della salute e cerca di risolvere per quanto può, i problemi dell’alimentazione, del vestiario e della casa, del lavoro e della retribuzione giusta delle comunità e dei lavoratori. Nello stesso tempo incoraggia reti di commercio di base tra comunità, piccoli produttori e commercianti della "economia informale", segnalando preferenze ai mercati locali e nazionali. I limiti e le contraddizioni su questo terreno sono ben noti agli zapatisti. Prospettano una maggiore capacità di resistenza di fronte al "commercio iniquo" ed ai "rapporti disuguali di scambio" a cui cercano di contrapporre quello che si può, con l’articolazione dei mercati e dei produttori locali per una politica di sopravvivenza. La capacità di ottenere migliori "condizioni di scambio" con i "centri dirigenti" o sfruttatori che vendono caro e comprano a basso prezzo, dipenderà dall’insieme di reti che si forgeranno e dal loro comportamento nella ristrutturazione del potere delle comunità rispetto ai mercati colonizzati. Non c’è dubbio che questo è uno dei punti più difficili da risolvere ed è proprio quello che affrontano i più poveri tra i poveri: lo sfruttamento in tutti i modi dei lavoratori delle etnie ed il commercio particolarmente iniquo con le etnie. 10. Cambiare parte dei costumi più retrogradi della vita quotidiana relativi al rispetto delle donne, dei bambini, degli anziani. 11. Appoggiare ed appoggiarsi ad organizzazioni ed ai movimenti autentici di operai e contadini, di studenti, di "abitanti emarginati delle città", di "profughi", di immigrati nazionali e stranieri, di ecologisti, ai movimenti di genere, di età, di preferenza sessuale, che difendono terre e territori, diritti umani sociali e individuali. 12. Assumere ed articolare la lotta crescente in America Latina e nel mondo intero contro le politiche neoliberiste di saccheggio, depredazione e conquista, tra cui sono particolarmente minacciose quelle dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (Alca), quelle del Plan Puebla Panama ed in generale della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, della triade Stati Uniti-Giappone-Europa con tutte le loro reti di governi collaborazionisti e sottomessi. 13. Opporsi radicalmente a qualsiasi azione di terrorismo, sia di Stato che della società civile, ed a qualsiasi tipo di avvicinamento o rapporto con il narcotraffico. 14. Stabilire reti di informazione e cultura, con spazi di riflessione e dialogo locale, regionale, nazionale ed internazionale, promovendo con queste non solo l’informazione autentica ed il dialogo politico-sociale, ma pure il dialogo "delle scienze e delle arti universali". Fino ad ora il progetto dei Caracoles pare confermare la decisione degli zapatisti e dei popoli indios di lottare in modo pacifico per i diritti dei loro popoli, per la democrazia con autonomia e l’autogoverno all’interno degli stessi. Cerca inoltre di articolare le sue lotte per la democrazia, la giustizia e la libertà con gli altri popoli del Messico e del mondo. In termini pratici e politici, si tratta di un progetto che tenta di imporre la transizione negoziata per ottenere i diritti dei popoli indios e no. Il progetto dei Caracoles si propone di aumentare la forza dei popoli e delle loro reti per ottenere soluzioni negoziate sulla base di principi non negoziabili. Cosciente di essere solo "una parte molto piccola" del movimento mondiale, lo zapatismo affronta ed esige la cessazione della guerra d’impoverimento, della minaccia militare e paramilitare, della discriminazione culturale e sociale, delle politiche di mal sanità, ignoranza e fame che tante vittime hanno mietuto in Messico e nel mondo. Va aldilà delle mere contestazioni all’imperialismo ed ai governi collaborazionisti, ai loro capi ed alle mafie. Di fatto, prospetta un’alternativa mondiale non solo all’oppressione ed alla dominazione dittatoriale dei popoli, ma anche all’offensiva colonialista dell’imperialismo neoliberista ed al sistema capitalista mondiale. Ai precedenti progetti rivoluzionari e riformisti o libertari, ne aggiunge uno che tenta di superare le brutte esperienze dei governi rivoluzionari, riformisti o autocratici nella lotta per la democrazia, la liberazione ed il socialismo. Il nuovo progetto universale, nato nei villaggi poveri, tende ad unire tutte le lotte e ad arricchirle con quelle in atto per la morale politica, per l’autonomia e la dignità delle persone e delle comunità e per cominciare a fare da se stessi quello che si vuole che facciano pure gli altri. Fonti originali Comandante Brus Li. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Plan La Realidad-Tijuana, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandante David. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Palabras de Bienvenida, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto, 2003. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Palabras para los hermanos indígenas que no son zapatistas, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Palabras de clausura, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandanta Esther. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Para los pueblos indios de México, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandanta Fidelia. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, A las mujeres, El nacimiento de los caracoles, 9 agost, 2003. Subcomandante Insurgente Marcos. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Chiapas, la treceava estela (primera parte): un caracul, in "La Jornada", 24 luglio 2003; (seconda parte): una muerte, in "La Jornada", 25 luglio 2003; (terza parte): un ombre, in "La Jornada", 26 luglio 2003; (cuarta parte): un plan, in "La Jornada", 27 luglio 2003; (quinta parte): una historia, in "La Jornada", 28 luglio 2003; (sesta parte): un buen gobierno, in "La Jornada", 29 luglio 2003. Falso, el reporte sobre encuentro con la Cocopa: Marcos, in "La Jornada", 7 agosto 2003. Fragmento de la presentación de Radio Insurgente, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, A las juntas de buen gobierno zapatista. A los municipios autónomos rebeldes zapatistas. A la sociedad civil nacional e internacional, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandante Omar. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, A los jóvenes, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandanta Rosalinda. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Resistencia y autonomía, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandante Tacho. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Para los campesinos de México, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. Comandante Zebedeo. Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Para los pueblos del mundo, El nacimiento de los caracoles, 9 agosto 2003. ------ Carlos Montemayor Il sorgere dell’alba... Il 21 ottobre scorso, in Bolivia, un anziano dirigente Aymara mandò dei saluti ai "fratelli indigeni del Messico". Era un mallku di circa 70 anni. I mallku sono gli uomini "di grande saggezza" ed incarnano il concetto tradizionale di anziano. "Il mio nome è Crispin Maria Ma mani", ha detto al corrispondente del quotidiano messicano "La Jornada". "Ho una carica esecutiva nella provincia di Pacajes. Noi, etnia Aymara, siamo la maggioranza assoluta. E voglio mandare un saluto ai fratelli indigeni della provincia messicana, ai fratelli zapatisti, che hanno lottato anche loro come noi". Perché a quest’anziano la lotta guerrigliera zapatista è sembrata equivalente alla lotta civile degli aymara boliviani? E’ sorprendente che, ai suoi occhi, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale, organizzazione armata, appaia come una lotta civile simile a quella delle genti che in Bolivia hanno abbattuto il presidente della Repubblica. Forse si deve al fatto che l’apporto fondamentale dell’Ezln continua ad essere la rivalorizzazione dei diritti dei popoli indigeni, qualcosa d’importante non solo per il Messico, ma per l’intero continente. Forse anche al fatto che l’Ezln organizzò i primi incontri internazionali - li chiamarono "intergalattici" - contro la globalizzazione irrazionale, che i boliviani hanno affrontato con coraggio nel caso dell’esportazione del gas. A dieci anni di distanza, dobbiamo valutare il movimento dell’Ezln come una delle molte facce dello sviluppo indigeno nei campi educativo, letterario, politico, economico, e di protezione dei diritti e del territorio in diverse regioni del Messico. Ma dobbiamo anche vederlo come una parte o come la faccia di un diamante più complesso a livello continentale; in questo momento i movimenti in Bolivia, in Equador, in Guatemala, in Cile o in Colombia sono indicatori del fatto che siamo di fronte ad un processo molto vasto. Sappiamo bene che la riforma costituzionale in materia di diritti indigeni approvata dal Congresso dell’Unione ha voltato la schiena ai punti chiave degli Accordi di San Andres e della proposta di legge della Cocopa 2. La riforma ha definito le popolazioni indigene come entità di interesse pubblico e non come soggetti di diritto pubblico; cioè, li ha considerati come soggetti passivi dei programmi assistenziali del governo e non come detentori di diritti politici nei diversi ambiti e livelli in cui potessero far valere la loro autonomia. Gli si è negato l’uso collettivo del loro territorio, già approvato nell’Accordo 169 dell’OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro), ratificato dal Senato della Repubblica nel 1990, per cui su questo punto il Congresso dell’Unione ha fatto marcia indietro di più di dieci anni. La riforma prosegue subordinando le popolazioni indigene, e disconoscendo loro la titolarità di diritti politici, territoriali ed economici come popoli aventi una diversa cultura. La legislazione messicana, in realtà, è una delle più arretrate in materia di diritti dei popoli indigeni. Da ormai dodici anni il Nicaragua ha riconosciuto territori autonomi indigeni nei villaggi della Costa Atlantica. Le costituzioni di Colombia e Brasile riconoscono i territori autonomi delle popolazioni indigene, e insieme ad Equador e Paraguay, riconoscono anche che i diritti collettivi di queste popolazioni, come i diritti umani, sono antecedenti alla formazione degli Stati. Nell’aprile 1999, il Canada ha riconosciuto il territorio autonomo delle popolazioni Inuit. Si tratta di un territorio con un’estensione di 1.900.000 kmq, quasi quella della repubblica messicana, che è 1.956.000 kmq. Questo territorio autonomo, chiamato Nunavut Kamavat, governo di Nunavut, non ha provocato nessun danno in Canada, e neppure tra i ghiacci dell’Artico canadese. La Costituzione messicana, in questa materia dei diritti indigeni - insisto - è rimasta indietro. D’altra parte, dobbiamo ricordare che queste riforme costituzionali hanno rappresentato per l’Ezln un rifiuto categorico da parte del potere esecutivo, del potere legislativo e del potere giudiziario. Fu un rifiuto di Stato, non di un gruppo o di un partito. Pertanto, chi pose fine ad una possibile ripresa di un dialogo, chi cancellò l’opportunità di un possibile accordo, fu lo Stato messicano stesso, non l’Ezln. Le giunte del Buon Governo Siamo spesso incuriositi dal silenzio dell’Ezln, in particolare dopo le riforme costituzionali. Per il mondo occidentale quello che non appare nei media non esiste, e per le culture indigene quello che appare nei media molto probabilmente non è certo. Abbiamo una concezione di realtà diversa. Non credo che loro siano sempre obbligati a dire qualcosa a proposito, in un dialogo immaginario senza significato. Quando hanno parlato il paese non ha sentito. Con le giunte del Buon Governo dell’Ezln abbiamo oggi l’opportunità di capire che sono le riforme costituzionali ciò di cui il Messico ha bisogno. Gran parte della vita delle comunità indigene trascorre in processi decisionali autonomi; le comunità indigene vivono così da secoli. Gli ambiti di queste decisioni autonome sono molto vasti. Un punto basilare è l’ordinamento lavorativo solidale non remunerato, conosciuto come "fajina", "tequio" o "lavoro comunitario". I membri della comunità sono obbligati a cooperare con il proprio lavoro alla costruzione di edifici, ponti, strade, dighe, o di altre infrastrutture di cui la comunità beneficia direttamente. In epoca di semina o di raccolto, il lavoro comunitario assume modalità diverse a seconda del luogo, della zona o della famiglia, ma parte sempre dalla reciprocità. Un’istituzione sociale come questa è stata essenziale per la sussistenza di numerose comunità, che non sarebbero state in grado di assumere mano d’opera. In questa stessa dinamica comunitaria s’inseriscono altri elementi che regolano il prestito di grano, cibo, bestiame, attrezzi, in un ordine di reciprocità e di restituzione del prestito, senza usura. Le autorità comunitarie costituiscono un esempio rilevante delle istituzioni politiche autonome di molte popolazioni indigene. Le autorità assumono diversi livelli di responsabilità sociale in festività religiose, nell’organizzazione dei servizi, dei pasti, degli inviti alla divisione territoriale, di musica, processioni, danze, e del servizio d’ordine. Le funzioni civili e religiose dimostrano la capacità di ognuno dei membri della comunità, e permettono l’assegnazione delle cariche in funzione della capacità dimostrata. Gli incarichi non sono remunerati, né portano benefici economici. L’assemblea comunitaria o i consigli di anziani determinano i procedimenti ed i regolamenti che assicurano la continuità e la sicurezza della comunità. Giorno dopo giorno, i villaggi prendono decisioni in modo autonomo. E’ una vita politica naturale alla loro cultura, e senza la quale non avrebbero potuto sopravvivere in un paese come il nostro. La Costituzione messicana accetta la composizione multietnica del paese, ma non riconosce le istituzioni normative tradizionali delle popolazioni indigene. Questa realtà politica e sociale esiste di fatto, ma senza riconoscimento costituzionale. Non vogliamo vedere o non desideriamo capire questa realtà, ma è più attiva e vitale di quanto lo siamo noi stessi. Quasi sempre preferiamo ignorarla. Ora, le giunte del Buon Governo sono un’utile dimostrazione di quello che esiste e di quello che loro difendono. E’ una realtà de facto, sì, solamente di fatto. In futuro tornerà ad essere de jure, di diritto. Gli Stati liberi e sovrani non mettono a rischio la Federazione, non sono separatisti, sebbene abbiano le proprie leggi, i propri tribunali, e la propria amministrazione delle risorse. I municipi liberi non costituiscono uno Stato dentro lo Stato, sebbene abbiano le proprie autorità e la propria amministrazione delle risorse. Perché non riconoscere nei territori indigeni il diritto ad avere una propria cultura, amministrazione ed autorità? Le giunte del Buon Governo dell’Ezln potranno aiutarci a capire meglio questa realtà del Messico che ci rifiutiamo di accettare. L’Ezln è molto di più di un movimento armato, quindi, perché anche le guerriglie si evolvono. La guerriglia messicana, che ha avuto inizio nel 1965 nelle montagne di Chihuahua, si è andata evolvendo in forme diverse di organizzazioni politiche, di organizzazioni intellettuali, di organizzazioni di base. L’Ezln ha sviluppato un linguaggio politico totalmente innovativo che proviene dalle stesse strutture formali del tojolabal. Non si dimentichi che il XIX secolo ha avuto molte guerre indigene. Una delle più significative, chiamata del Yaqui, iniziò nel 1825 e finì nel 1908. Inoltre, la cosiddetta Guerra de Castas dei popoli maya dello Yucatan, andò dal 1840 al 1909. Di fronte a questi movimenti, dobbiamo riconoscere che i primi dieci anni dell’Ezln sono appena un inizio, il sorgere dell’alba. L’Ezln è un processo. Non è un ciclo compiuto. E’ un processo vigente, attuale. I contingenti dell’Ezln oggi parlano con i fatti e non con le parole, ma a noi, a quanto pare, non basta sentire le parole quando loro parlano, né vedere i fatti quando li mettono in pratica. Dunque, l’Ezln è più di un esercito, più di un gruppo di uomini armati. E’ una coscienza che si propone di rinnovare il pensiero politico dell’intero paese. Adelfo Regino Montes 20 e 10 il fuoco e la parola Nell’interpretazione del tempo e dello spazio, noi mixe usiamo la parola ipx per il numero 20. Di fatto, come per molti popoli indigeni dell’America centrale, il numero 20 ha un posto centrale nella cosmogonia mixe, custodito gelosamente dai nostri saggi ed anziani. Secondo questa logica, il Zempoaltepeti (i venti colli) rappresenta il massimo simbolismo della spiritualità mixe. Allo stesso modo, è il numero venti che costituisce la base della nostra numerazione; e 20 sono anche i giorni che formano un mese nel calendario ereditato dai nostri antenati. Il numero 20 rappresenta il momento in cui si chiude un ciclo, vale a dire, la fine ed il principio dell’esistenza, che in lingua mixe chiamiamo tääy jëëkëëny, un concetto duale in cui entrambe le parole coesistono. Come altri hanno detto, è il momento in cui il serpente si morde la coda, alludendo alla fine di un ciclo ed all’inizio di un altro. Di modo che la fine di un ciclo implica, al tempo stesso, il suo principio, in una sorta di spirale. Questa concezione ancestrale acquisisce un significato speciale nell’ambito delle celebrazioni convocate dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) per i suoi 20 anni di esistenza. Un ciclo che, per come ci è apparso, può essere descritto come il trascorrere della notte fino alla mattina. La notte, come quella fase relativa ai primi 10 anni di gestazione nelle montagne e nelle comunità indigene del sudest messicano, che sotto il manto dell’oscurità sparse i semi che avrebbero germogliato all’arrivo della luce del sole. Il giorno, come quell’alba che, simile al dolore di un parto, portò il 1° gennaio 1994, per fare spazio, nella coscienza e nel cuore dell’umanità, ad una realtà dolorosa ed alle giuste aspirazioni dei 62 gruppi etnici indigeni del Messico. Per l’Ezln sono trascorsi 20 lunghi anni in cui un ciclo di vita si è sviluppato in mezzo al dolore ed alla speranza. Allo stesso modo, sono passati 10 anni da quando l’Ezln ha visto la luce del giorno, per rendere visibile e denunciare una realtà ingiusta, facendo appello al Messico ed al mondo per costruire una vita più degna e più giusta. 20 e 10, il fuoco e la parola, come loro chiamano la festa per commemorare questi cicli, offre un’opportunità per riflettere sulla trascendenza del movimento zapatista nei diversi ambiti della vita nazionale, in modo particolare nella lotta per i diritti indigeni. Visione di una realtà negata Anche se noi popoli indigeni siamo gli abitanti originari di queste terre, e abbiamo dato una radice ed un volto diverso al Messico, è certo che abbiamo patito una storia di negazione permanente. Con l’insurrezione armata dell’Ezln, tuttavia, ci siamo resi visibili e le nostre realtà sono diventate oggetto di riflessione a tutti i livelli della vita nazionale ed internazionale, a partire dalla nostra stessa voce e dal nostro stesso pensiero. Fino ad allora, gli "indigeni" erano visti con disprezzo, con umiliazione, con razzismo, con discriminazione. Questo doloroso fenomeno, a volte chiamato etnocidio, non ha costituito una pratica solo da parte del governo, ma anche di ampi settori della società nazionale; si è trattato di un fenomeno generalizzato. A livello governativo, la politica di assimilazione e di integrazione si erano radicate, e si arrivò a ritenere che l’indigeno fosse povero per la sua cultura e, quindi, si doveva combattere la sua cultura per ottenere la sua emancipazione ed il suo sviluppo. Con lo "Ya Basta!" zapatista, quest’assurdo storico è venuto allo scoperto, e da allora noi popolazioni indigene siamo viste con maggior rispetto e con vera solidarietà. Questo nuovo atteggiamento permette di vedere in tutta la loro crudezza i problemi di emarginazione, povertà ed esclusione in cui vivono quotidianamente i nostri popoli, ma permette anche di scorgere la nostra grande ricchezza umana, culturale e naturale, che ha alimentato la diversità e la pluralità messicane. Grazie all’insurrezione zapatista, oggi viene dato valore al contributo umano e culturale dei popoli indigeni alla nazione nel suo insieme. Se prima nello spettro nazionale eravamo attori eludibili che potevano rimanere al margine delle questioni che ci riguardavano direttamente, oggi siamo soggetti attivi nella difesa delle nostre rivendicazioni collettive e nella costruzione di una nuova relazione con lo Stato e con la società in generale. Ma non solo questo: abbiamo anche una voce legittima nella difesa della sovranità nazionale, delle risorse strategiche che appartengono a tutti noi messicani, del sistema d’istruzione pubblica, delle garanzie e dei diritti fondamentali, così come della costruzione di un Messico più democratico, più degno e più giusto. E’ frutto del movimento zapatista il fatto che ampi settori della società messicana abbiano scoperto i popoli indigeni come soggetti storici capaci di intraprendere un loro proprio sviluppo e dotati di dignità sufficiente per costruire un paese nuovo, basato sul rispetto e sulla dignità. Senza il sangue ed il dolore degli uomini e delle donne zapatisti, sarebbe stato molto difficile cominciare a cambiare l’annosa cultura di discriminazione che pesa su di noi. Così, oggi siamo soggetti visibili, e proprio questo è un punto di partenza necessario per risolvere i grandi problemi che affliggono i nostri popoli. Gli accordi e il dialogo interculturale Per il fatto che non veniva riconosciuta socialmente e politicamente l’esistenza del soggetto indigeno, non c’era dialogo. Nella fase postrivoluzionaria, la politica era servita a fomentare i cacicazgos (caciccati) regionali ed a sottomettere, mediante la forza pubblica ed il corporativismo dei partiti, i villaggi e le comunità indigene. La relazione asimmetrica di subordinazione conduceva alla non necessità di un dialogo tra loro e le autorità. Quando occasionalmente le genti indigene arrivavano ad ottenere qualche risposta dallo Stato per risolvere le loro questioni più pressanti, questo dipendeva da una concessione di volontà del governo, basata sulla carità o sull’animo generoso del governante di turno. Nel caso migliore, e davanti ad una pressione dei propri popoli, come successe nel 1992 in occasione dei cinquecento anni dalla conquista spagnola di queste terre, il governo si è limitato ad aprire alcuni forum, che si sono trasformati in monologhi per il prestigio di alcuni esperti nel tema. La partecipazione indigena è stata molto limitata. In queste condizioni, nell’interesse di mantenere una certa immagine esteriore, il governo messicano fece una riforma dell’articolo 4 della Costituzione, mediante la quale erano riconosciuti alcuni diritti culturali dei popoli indigeni. Tuttavia, in questo modo lo Stato manteneva la porta chiusa verso la possibilità di un dialogo veritiero. Con la sollevazione zapatista e la pressione della società civile affinché il conflitto fosse condotto verso una soluzione pacifica, il governo messicano si è visto obbligato ad un dialogo con le genti indigene ribelli. Questo avvenimento, che da allora ha avuto diversi momenti, ha presentato una fase di grande speranza con i dialoghi di San Andres Larrainzar sui diritti e sulla cultura indigena, nel 1996. Ben presto, gli zapatisti trasformarono questo sforzo in un vero dialogo interculturale che ha coinvolto non solo le genti indigene, ma anche ampi settori della società civile che tradizionalmente lavoravano con queste comunità. I diritti indigeni, intesi come "l’insieme delle rivendicazioni e delle aspirazioni che noi popoli indigeni abbiamo esposto allo stato messicano per risolvere gli annosi problemi di emarginazione, esclusione, povertà, discriminazione e colonialismo interno", si sono costituiti come punto di partenza nella complessa agenda dei dialoghi di San Andres, come questione che doveva essere discussa con i rappresentanti del governo messicano in condizioni di uguaglianza ed in un’ottica interculturale. Il dialogo iniziò con la presenza e la partecipazione attiva di uomini e donne indigene del Messico, che si recarono a San Andres, come consiglieri o invitati dell’Ezln. Si trattava di un fatto inedito nella storia del Messico, perché mai prima noi rappresentanti indigeni avevamo avuto l’opportunità di dialogare in condizioni di parità con i rappresentanti del governo messicano. Ma, soprattutto rappresentava una magnifica opportunità per aprire un dialogo tra noi stessi, e per costruire una nuova relazione con la nazione basata sul rispetto e sulla solidarietà, per ottenere obiettivi comuni. Quest’ultimo sforzo ha avuto un momento speciale con la celebrazione del Forum nazionale indigeno, che ha dato origine in seguito a quello che oggi è il Congresso Nazionale Indigeno (CNI). Frutto di questo dialogo interculturale sono stati i cosiddetti Accordi di San Andres sui diritti e sulla cultura indigena, che hanno rappresentato un punto di accordo tra il governo federale ed l’Ezln. La loro importanza e la loro trascendenza consistono nel fatto che, per la prima volta, il governo messicano ha cominciato a riconoscere, nella forma, la natura storica e collettiva dei diritti fondamentali dei nostri popoli. Per la loro importanza, sono: Il riconoscimento costituzionale dei popoli indigeni, che discendono da popolazioni che abitavano il paese all’epoca della conquista, o colonizzazione, e dell’instaurazione delle attuali frontiere statali, e che, indipendentemente dalla loro situazione giuridica, conservano le proprie istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche, o parte di esse. Per la definizione dei popoli indigeni si è stabilito come principio fondante il criterio della coscienza della propria identità indigena. Il riconoscimento, come garanzia costituzionale, del diritto alla libera determinazione, da esercitarsi in un ambito d’autonomia, assicurando l’unità nazionale. Con ciò si sarebbe potuto, di conseguenza, decidere la propria forma di governo interna e le proprie modalità di organizzazione politica, sociale, economica e culturale. Questo avrebbe permesso il raggiungimento dell’effettività dei diritti sociali, economici, culturali e politici nel rispetto dell’identità. Il riconoscimento dei sistemi normativi interni dei popoli indigeni, con la garanzia del pieno rispetto dei diritti umani. In questo senso, si stabilì l’obbligo dello Stato messicano di riconoscere le autorità, le norme, e le procedure di risoluzione dei conflitti interni dei villaggi e delle comunità indigene. Il riconoscimento ed il rispetto delle specificità culturali dei popoli indigeni, tramite concrete attività di produzione, ricreazione, diffusione e promozione. Si stabilì, nello stesso modo, l’obbligo dello Stato ad elaborare piani e programmi educativi in accordo con la realtà e con la cultura dei popoli indigeni, e l’incorporazione dei saperi indigeni nei piani e nei programmi d’istruzione nazionali, allo scopo di ottenere un’istruzione veramente interculturale. Il riconoscimento alla partecipazione ed alla rappresentanza politica nell’ambito statale e nazionale, nel rispetto delle diverse situazioni e tradizioni, e rafforzando un nuovo federalismo. Questo comporterebbe ridisegnare le attuali forme di rappresentanza nelle istanze del dibattito e delle decisioni nazionali, tenendo conto di nuovi criteri che siano in accordo con la diversità culturale e con la distribuzione geografica dei popoli indigeni. Il riconoscimento ad uno sviluppo armonico e sostenibile che rispetti la cultura dei popoli e la madre natura. Questo sviluppo dovrebbe essere definito a partire da criteri culturali propri dei popoli e dovrebbe avere sostegno nell’utilizzo delle potenzialità umane e naturali, per coprire le proprie necessità, e produrre in eccedenza per mercati che contribuiscano a generare impiego tramite processi produttivi che incrementino il valore aggregato delle risorse, e migliorino la dotazione di servizi di base delle comunità e delle regioni circostanti. Il riconoscimento ad avere una vita degna a livello individuale e collettivo, mediante lo sviluppo di politiche, programmi ed azioni che permettano livelli base di alimentazione, salute, abitazioni, tra le altre cose, con un’attenzione prioritaria alle donne ed alla popolazione infantile. Allo stesso modo, si stabilì come garanzia fondamentale la promozione di politiche sociali specifiche volte a proteggere gli indigeni migranti. Tutti questi diritti sono stati consacrati negli Accordi di San Andres. La discussione sulle terre, i territori e le risorse naturali delle genti indigene è rimasta una questione irrisolta per il fatto di essere stata trattata alla Tavola 3, relativa allo sviluppo. Dalla sottoscrizione degli Accordi, noi genti indigene insieme ad ampi settori della società nazionale abbiamo richiesto la loro giusta applicazione. Davanti a quest’esigenza, la Commissione di Concordia e Pacificazione (Cocopa) elaborò un’iniziativa di riforme per trasformarla in norma costituzionale. Nonostante i grandi sforzi dell’Ezln, delle genti indigene e della società civile, tra cui la marcia per la dignità indigena effettuata nel 2001, la proposta della Cocopa è stata ignorata dallo Stato messicano, ed entrò invece in vigore la riforma costituzionale che, in quello stesso anno, non solo rinnegava il contenuto di base degli Accordi, ma violava i procedimenti che la Costituzione e la legge stabiliscono per realizzare una riforma costituzionale. Venne il silenzio degli zapatisti, indignati per questa situazione. Allo stesso tempo, circa 330 municipi indigeni del paese presentarono cause costituzionali alla Corte Suprema di Giustizia Nazionale (SCJN) per mettere in discussione la legalità della riforma costituzionale in oggetto. Tuttavia non abbiamo trovato eco in questo tribunale, come neppure abbiamo ricevuto giustizia dalla Costituzione stessa dello Stato messicano. La SCJN si dichiarò non competente, dicendo di non avere la facoltà di sottoporre a revisione gli atti dell’organo riformatore, vale a dire, il Congresso dell’Unione e la Legislazione degli Stati. Quindi, le porte della giustizia sono rimaste chiuse per noi. Questa chiusura non è stato un fatto nuovo, visto che l’abbiamo subita nel corso dei secoli. Ma non abbassiamo la guardia. Una volta esaurite le istanze nazionali, in alcune comunità e villaggi indigeni ci siamo rivolti a istanze internazionali per denunciare l’inadempienza dello Stato messicano sia nel Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT), sia nei trattati internazionali che proteggono i nostri diritti. Presentammo un reclamo all’ufficio dell’OIT in cui dicevamo che al momento dell’emanazione della suddetta riforma costituzionale, si era violato il diritto alla consultazione che abbiamo noi genti indigene, stabilito nel sesto articolo del Convegno 169. Allo stesso modo, ricorremmo alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), allo scopo di denunciare la violazione delle nostre garanzie fondamentali, tra cui, in modo particolare, il diritto all’udienza, e richiedendo che fossero risarcite dallo Stato messicano. La risposta a queste istanze internazionali è ancora in sospeso, ma abbiamo coscienza del fatto che stiamo lasciando testimonianza storica delle ingiustizie che stiamo continuando a subire collettivamente e individualmente. Non rimanere in silenzio è un'altra delle lezioni che abbiamo imparato dai nostri fratelli zapatisti. Il cammino d’autonomia Di fronte alla chiusura dello Stato, si è aperto un nuovo cammino: quello dell’autonomia. Di fatto, questo cammino non è nuovo, visto che in numerosi villaggi indigeni del Messico e del mondo l’autonomia costituisce una pratica ed un’esperienza ancestrale, grazie alla quale molte delle nostre istituzioni politiche, giuridiche, economiche, sociali e culturali sono riuscite a sopravvivere. In questa prospettiva, l’autonomia è un cammino che è stato prima percorso dai nostri antenati. Forse la differenza sta nel fatto che ora ci tocca esercitarla in circostanze nuove. Secondo questo punto di vista, negli ultimi mesi l’Ezln ha reso completamente esplicita, nelle idee e nei fatti, la necessità di approfondire e consolidare i suoi rispettivi processi d’autonomia attraverso i municipi autonomi e le giunte del Buon Governo raggruppate nelle cinque caracol che sono state istituite. Quest’iniziativa zapatista rappresenta la miglior risposta allo scetticismo ed al rifiuto dello Stato messicano, così come di alcuni soggetti politici e sociali che non hanno accettato l’esistenza ed il riconoscimento dell’autonomia indigena, così come era stato convenuto a San Andres. Forse, costruendo concretamente, si potrà capire meglio che noi genti indigene concepiamo l’autonomia come un meccanismo giuridico e politico che ci permette di avere più ampi spazi di libertà, per possedere, controllare e gestire i nostri territori; per regolare la nostra vita politica, giuridica, economica, sociale e culturale, così come per intervenire, in condizioni di dignità e di equità, nelle decisioni statali e nazionali che ci riguardano. Non si tratta di separarci dallo Stato messicano, come dicono quelli che hanno tradizionalmente vissuto a nostre spese; desideriamo solo rafforzare la nostra capacità di decidere in tutti gli ambiti della vita quotidiana, come l’economia, la politica, la dispensazione e l’amministrazione della giustizia, le questioni territoriali, la cultura e l’educazione, e in generale tutti gli aspetti sociali, con un’identità ed una coscienza propria, con l’apertura sufficiente per comunicare con gli altri cittadini del paese e del mondo. Questo è ciò che è risultato difficile da accettare a chi governa questo paese. In un tale lavoro di costruzione, l’autonomia indigena deve essere vista come un processo politico e sociale di ricostruzione del soggetto delle regioni autonome, in questo caso le popolazioni indigene. Questo acquisisce rilevanza in virtù del fatto che durante i secoli abbiamo subito azioni di distruzione ed etnocidio. Il colonialismo aberrante ha diviso, atomizzato e debilitato molte delle nostre istituzioni politiche, giuridiche, economiche, culturali e sociali. Questa ricostruzione deve partire dal locale, in questo caso dalle comunità e dai municipi indigeni, per propagarsi a livello regionale. Non è compito facile, ma una delle questioni centrali nella consolidazione dei diversi processi delle regioni autonome è precisamente la costruzione del soggetto in questi diversi livelli. E anche se sul piano comunitario e municipale abbiamo avuto uno sviluppo importante, è certo che a livello regionale stiamo appena iniziando. E qui sta la sfida più importante. Per affrontare questa sfida, le genti indigene hanno una grande esperienza a cui oggi si somma la luce zapatista, che comincia ad alluminarci nelle nascenti Caracoles. Questa luce sicuramente c’indicherà nuovi orizzonti, con la coscienza del fatto che non otterremo un solo risultato, ma molti, secondo la diversità e la pluralità delle nostre genti. Allo stesso modo, dobbiamo continuare ad insistere sull’urgente necessità di una profonda trasformazione dello Stato messicano, perché riconosca le giuste rivendicazioni delle nostre genti. Come abbiamo fatto osservare in altri tempi, l’autonomia indigena sarà possibile solo in una nuova concezione dello Stato e del diritto. Perciò, è necessario abbandonare la concezione monista dello Stato, e incamminarci verso una visione plurale e aperta. In questa ottica avremo, di conseguenza, uno stato multietnico e pluriculturale nell’ambito di un pluralismo giuridico. Si tratta di una responsabilità collettiva, nella coscienza del fatto che questo paese non potrà raggiungere la democrazia e la pace se i diritti dei popoli indigeni, in particolare quello relativo alla libera determinazione ed all’autonomia, continuano ad essere esclusi dall’ordine giuridico nazionale e dai valori fondamentali che sono alla base del Messico. E’ ora di assumere la nostra responsabilità in omaggio a quegli uomini e donne che dieci anni fa ci hanno restituito la speranza. ---------------------------- SECONDA PARTE Oltre la Selva ------ Sergio Rodríguez Lascano La "logica paradossale" dello zapatismo "Logica: 1. Disciplina che studia la struttura, il fondamento e l’uso delle espressioni della conoscenza umana. 2. Serie coerente di idee e ragionamenti". "Paradosso: 1. Idea strana opposta a ciò che si considera vero o all’opinione generale. 2. Espressione logica nella quale si trova un’evidente incompatibilità. 3. Coesistenza antilogica di cose". (Il piccolo Larousse illustrato) "Tutto ciò lascia intendere che il discorso geopolitico si paralizza in una sorta di impasse o aporia generalizzata: nulla funziona e tutto può accadere. Questo si regge nel ritenere giustificato il collasso panoramico e mondiale da qualcosa come un parapetto, però sul bordo dell’abisso, del deserto o del caos. Questo reggersi del collasso può apparire sonnambolico, poiché è un procedimento, per l’esattezza, uno spostamento, un passaggio, un movimento o un’azione, un ‘fare’ guidato da questa strana attenzione vigile che i sonnambuli mantengono nel momento del rischio maggiore. Alcuni sonnambuli camminano al limite del caos abissale, e nel momento in cui sanno e dichiarano che ormai basta, che tutto è confuso, disarticolato, che non funziona niente, che tutto finisce nel non-cammino, nell’impasse, nell’aporia, nel momento in cui sono persuasi che proprio questo discorso panoramico è antiquato, si fanno avanti, se non come pazzi, visionari, profeti o poeti, allucinati, almeno come sognatori che vogliono tenere gli occhi aperti [...]. Se all’improvviso do un nome al sogno, senza dissociarlo dal sonnambulismo, è per prenderli, come si dice, con le buone. Non per disdegnare il rischio assoluto che corre il sonnambulo, al contrario, per approssimare, oltre il sapere e la filosofia, politica o no, al di là di tutti i modelli e di tutte le norme prescrittive di cui viviamo l’esaurimento, il pensiero di ciò che viene e che non può non essere alleato di ciò che contrae una parentela con il sogno e con il poetico, sempre che, evidentemente, si pensi al sogno in maniera diversa dal solito. Voglio ricordare che, alla domanda ‘Che fare?’, che costituisce allo stesso tempo, simultaneamente, direi, una domanda molto vecchia, senza dubbio, neppure troppo a dire il vero, però anche una domanda piuttosto nuova, una domanda ancora non ascoltata, tra le altre cose Lenin risponde, e con interessanti precauzioni: ‘è necessario sognare’ ". (Jacques Derrida, Che fare della domanda che fare?) Dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994 si è venuto costituendo, con grandi difficoltà ma in maniera ferma, un modo di agire, pensare, elaborare e spiegare una politica che agli occhi di buona parte dei pensatori di sinistra appare eretica, antiscientifica, precapitalistica, adatta alla selva ma non alla polis, moralista, antistorica o antiteorica, per menzionare soltanto alcune qualificazioni. Senza dubbio, poche volte nella storia della lotta per l’emancipazione di un movimento, apparentemente tanto locale, di gente tanto povera, di cui la maggioranza parla una lingua autoctona, ha ottenuto un’eco tanto profonda, tanto radicata nei diversi soggetti sociali che oggi si esprimono nel mondo e nel nostro paese. Ciò ha permesso a vari teorici della vecchia sinistra, e ad alcuni vecchi della nuova, di lambiccarsi il cervello, spaventati ed infastiditi da questa eco. Costoro, che pure hanno la capacità di parlare di qualunque paese e suggerire una linea politica al popolo argentino, o iracheno o italiano o cubano (che nessuno di questi, poi, per il suo bene, segue), non mostrano la capacità di comprendere nella sua globalità il fenomeno zapatista. Lo zapatismo rappresenta allo stesso tempo due cose apparentemente contraddittorie: da un lato è un movimento di rottura con la forma tradizionale della teoria e della pratica della sinistra, e dall’altro rappresenta la continuità più profonda delle lotte emancipatrici dei lavoratori nei campi e nelle città. Rottura e continuità. Questo, che per alcuni è un’aporia, è in realtà il brodo primordiale di un nuovo pensiero. Effettivamente, come dice Francoise Proust: "Ogni presente è critico. Ogni presente è una battaglia. La storia è la storia del presente [...]. Soltanto un principio di verità può ascoltare altri principi del passato"?. Noi aggiungiamo che un presente di verità dovrebbe prendere le distanze da altri principi passati. Rottura e continuità. Per cercare di avvicinarci a quella che è una possibile comprensione del pensiero zapatista, prendiamo spunto da una formulazione elaborata da Jacques Derrida: la "logica paradossale". Questa formula mi sembra del tutto adeguata, in contrapposizione alla segnalazione semplicistica dell’esistenza di ipotetiche contraddizione nel pensiero zapatista, che nella pratica renderebbero il pensiero zapatista un sistema contraddittorio. Se prendiamo sul serio l’approccio sviluppato dal Subcomandante Insurgente Marcos?, secondo il quale la cosa fondamentale nella teoria zapatista si deve ricercare nella sua prassi e non nel suo discorso, allora dovremmo partire dal fatto che è complicato incontrare un sistema teorico finalizzato. Le contraddizioni apparenti non hanno a che vedere con la differenza che esiste tra il discorso e la pratica, o tra la vita quotidiana e la prassi quotidiana. Nel caso dato dovremmo intendere che questi grandi paradossi che lo zapatismo presenta hanno come elemento logico fondante il fatto di essere prodotto della sua prassi. Segnaliamone alcuni: un’organizzazione politico-militare che non vuole prendere il potere per poi cambiare la società da lì; un’organizzazione politico-militare che non si pone la lotta armata quale unica alternativa; un’organizzazione politico-militare che teorizza con chiarezza solare il carattere antidemocratico delle organizzazioni politico-militari; un’organizzazione di sinistra che parla ad una società civile diffusa, contraddittoria ed a volte disperante, invece che ad una classe sociale ipoteticamente omogenea; un’organizzazione di sinistra che non ricerca la presa sicura di questa o quella corrente del pensiero socialista, ma che fa dell’incertezza il brodo di coltura di una pratica ribelle e di una teoria ribelle, senza cadere nell’eclettismo; un’organizzazione ribelle con grandi radici locali che le permettono di partire da lì per avanzare una proposta mondiale o intergalattica; un’organizzazione ribelle che, senza basare la propria politica sul marketing o sui sondaggi, è riuscita a costruire un sistema di comunicazione con il paese "di sotto" o con il mondo "di sotto" che provoca solo invidia nei pubblicitari; un’organizzazione che si situa con gran modestia ed allo stesso tempo rivendica la dignità come essenza fondamentale del suo "che fare" politico; un’organizzazione che è convinta, per quanto contraddittorio possa sembrare agli occhi della classe politica, che deve esistere una corrispondenza tra quello che si dice e quello che si fa; un’organizzazione che decostruisce una buona parte del discorso tradizionale della sinistra di tutte le varianti, però allo stesso tempo crea i ponti per la ricostruzione non di un pensiero ribelle ma di molti e diversi; un’organizzazione che si muove nel quadro dell’esistente però non rimanda ad un futuro luminoso la trasformazione delle relazioni sociali; un’organizzazione che comprende l’importanza della lotta affinché la società controlli dal di fuori lo Stato, per obbligarlo ad obbedire ("non si tratta di prendere il potere ma di rivoluzionare la relazione tra coloro che lo esercitano e coloro che lo subiscono"), ma che la intende come l’inizio del cammino verso la costruzione di meccanismi di auto-organizzazione per edificare nuove forme di governo (le Case del Buon Governo); un’organizzazione che, a prescindere dal fatto di comprendere l’importanza della costruzione di governi dal basso, in cui si alteri in maniera permanente la relazione comando-obbedienza che sintetizza l’essenza della democrazia rappresentativa, decide che in quanto tale si mantiene al margine di questo tipo di governi che contribuisce a costruire ("L’Esercito zapatista di liberazione nazionale non può essere la voce di chi comanda, cioè del governo, anche se chi comanda, lo faccia obbedendo e costituisca un buon governo. L’Ezln parla in nome di coloro che stanno in basso, dei governati, dei villaggi zapatisti che sono il suo cuore ed il suo sangue, il suo pensiero ed il suo cammino"?). un’organizzazione che passa sopra la vecchia dicotomia riforma-rivoluzione. Non sulla base della presa di posizione per l’una o per l’altra, ma a partire dal riconoscimento che nella nuova situazione vissuta dal mondo la resistenza e la rebeldía assumono forme e caratteristiche nuove, nella misura in cui l’offensiva è globale. E queste resistenze e ribellioni fanno del localismo, del piccolismo, della marginalità eccetera, la loro forza e la loro invincibilità. Gilles Deleuze lo chiarì così: "La vita si converte in resistenza al potere quando il potere ha per oggetto la vita". Di fronte a questa nuova logica del potere la vita in resistenza è l’alternativa alla riforma o alla rivoluzione. Soffermiamoci un poco su questi ultimi due punti. Per come stanno le cose, la resistenza è creazione. Quell’ "Ora basta!" delle comunità indigene zapatiste. Quel "non in mio nome!" degli intellettuali israeliani contro l’intervento militare sionista contro i palestinesi. Quel "se ne vadano tutti!" dei lavoratori argentini. Quel "No" alla guerra contro il popolo iracheno, tra le altre cose, rappresentano momenti di creazione che muovono a migliaia e decine di migliaia di esseri umani, che si riappropriano delle strade (gli ampi viali di cui ci parlava Salvador Allende). Queste azioni di resistenza creano grandi orme che permettono di riorientare coloro che Eduardo Galeano battezzò come "i fanciulli persi nell’intemperie" immediatamente dopo la caduta del muro di Berlino. Però soprattutto rappresentano i nuovi segni d’identità di coloro che non vissero la caduta del muro di Berlino, né il crollo del "socialismo reale" e che ora hanno circa quattordici anni (come mia figlia). Bene, dunque, nel caso dell’Ezln questa resistenza creativa ha permesso di scavalcare la muraglia che separava la riforma dalla rivoluzione. Rifiutando due visioni ed al tempo stesso creandone una terza. Né il processo è completo eliminando l’obiettivo finale, né l’obiettivo è la sola cosa che conta. Né il processo rappresenta un lungo processo storico e l’obiettivo un momento di irruzione violenta. Lo zapatismo rompe con questa visione, non perché rinunci all’idea dell’alterazione radicale delle relazioni sociali o perché pensi che la lotta per cambiare, anche solo parzialmente le condizioni di vita della gente, non sia valida, ma per un’altra ragione. Siccome riunisce il processo con l’obiettivo, l’obiettivo si converte in processo ed il processo in obiettivo. Avvicina il futuro e proietta il presente. Rappresenta il miglior esempio di ciò che significhi rompere con il tempo lineare e con il continuum della storia di cui ci parlava Walter Benjamin?. Scaricano i loro fucili contro il tempo, contro il tempo lineare (il tempo vuoto) e costruiscono il tempo pieno (pieno di lotte), il tempo ora, allo stesso modo in cui lo fecero i comunardi della grande rivoluzione francese che usarono una parte delle loro pallottole per sparare contro gli orologi dei palazzi e delle cattedrali di Parigi, azione che si ripeté nella rivoluzione del 1830 nella stessa città e nel 1871, nella Comune di Parigi, contro l’orologio dell’Hotel de Ville. Daniel Bensaid, in un libro che ritengo fondamentale (Marx l’'intempestivo), dice che questo pensatore è un "meteco? del concetto" (straniero o forestiero del concetto). Lo zapatismo è un "meteco" della sinistra, una cosa strana; non solo per il suo mettere in discussione una serie di paradigmi fondamentali del pensiero marxista, ma anche e soprattutto perché si situa al di fuori della pratica delle organizzazioni della sinistra tradizionale. Il Subcomandante Marcos lo spiega così: "Su, sediamoci un momento e lascia che ti racconti. Siamo in terre ribelli. Qui vivono e lottano quelli che si chiamano ‘zapatisti’. E questi zapatisti sono molto diversi [...] e sono una disperazione per più di una persona. Invece di intessere la loro storia con esecuzioni, morte e distruzione, s’impegnano a vivere. E le avanguardie del mondo si strappano i capelli perché nel ‘vincere o morire’ questi zapatisti né vincono né muoiono, però neppure si arrendono ed aborrono il martirio tanto quanto lo zoppicamento. Molto diversi, è sicuro [...]". Sono indigeni ribelli. Rompono in questo modo con lo schema tradizionale che, prima dall’Europa e poi da tutti coloro che vestano il colore del denaro, fu loro imposto per guardare ed essere guardati. Di modo che non si confanno loro né l'immagine "diabolica" di coloro che compiano sacrifici umani per accontentare gli dei, né quella dell’indigeno bisognoso con la mano tesa in attesa dell’elemosina o della carità di chi ha tutto, né quella del buon selvaggio corrotto dalla modernità, né quella dell’infante che diverte gli adulti con la sua balbuzie, né quella del peone sottomesso di tutte le tenute che feriscono la storia del Messico, né quella dell’abile artigiano il cui prodotto adornerà le pareti di chi lo disprezza, né quella dell’ignorante che non deve esprimere la propria opinione su quello che va al di là dell’orizzonte ristretto della sua geografia, né quella del timoroso degli dei celesti o terreni. Perché devi sapere, riposo azzurro, che questi indigeni fanno arrabbiare finanche coloro che simpatizzano con la loro causa. E non obbediscono. Quando ci si aspetta che parlino, stanno zitti. Quando ci si aspetta il silenzio, parlano. Quando ci si aspetta che facciano strada, si mettono dietro. Quando ci si aspetta che seguano, prendono un’altra direzione. Quando ci si aspetta che parlino solo loro, si appartano parlando d’altro. Quando ci si aspetta che si accontentino della loro geografia, camminano per il mondo e le sue lotte?. Questi "meteci" della sinistra la misero in crisi o, piuttosto, ne svelarono l’ologramma. Una sinistra abituata a generare mobilitazioni sociali con l’obiettivo di guadagnare un certo numero di punti percentuali alle elezioni, per avere qualche deputato in più; una sinistra abituata a condurre negoziati alle spalle dei suoi rappresentati, nei quali si cominciava domandando case e si finiva accettando carretti di hot dog. O, nello spettro invertito: una sinistra abituata a rispondere alla violenza poliziesca e militare dello Stato generando organizzazioni con un discorso ed una pratica violenta che, poco a poco, andò facendo più paura alla società che al Potere. La lotta zapatista rappresenta un’alterazione di questi piani. Alcuni indigeni osservarono attentamente le dispute di questi giocatori con un potere che cercava di utilizzarli (questi giocatori) in quanto funzionali alla sua dominazione, e misero una botte piena di fango, dei "camminanti" della selva, sopra il primo tavolo e sandali puliti, dei camminanti de Los Altos, sopra il secondo e dissero all’unisono "capito?". In qualche modo (credo io) la formazione delle giunte del Buon Governo rappresenta la chiusura di un ciclo e l’inizio di un nuovo nella lotta dell’Ezln. Il tipo di autonomia e la decisione dell’Ezln di "non essere la voce di chi comanda" riflettono una pratica politica che dà sostegno alla conclusione di questa fase. Non si tratta più di parlare di qualcosa che significhi un’aspirazione, ma di qualcosa di conquistato. Ora, innumerevoli professori rossi diranno che questo non può essere. Come si dimostrò nel 1871, nella Comune di Parigi (quelli che andarono all’assalto del cielo), questo tipo di governo autonomo non può durare molto. Il problema è che il tempo zapatista non è uguale al tempo della politica tradizionale. Gli zapatisti l’hanno già fatto e stanno dimostrando che è meglio vivere in autonomia. L’estensione di quest’esperienza, naturalmente con le dovute variazioni, è responsabilità di tutti. Con la creazione delle giunte del Buon Governo si dimostra che non è indispensabile la presa del potere centrale dello Stato per modificare le relazioni di dominio ed in generale le relazioni sociali nel loro insieme. Alcuni diranno che questo processo non ha un gran significato perché si localizza in un’estensione di territorio molto ridotta e comprende un numero di persone limitato. Però questa è piuttosto una confessione d’incapacità che una descrizione o spiegazione. Ancora, secondo il Subcomandante Marcos, il criterio di funzionamento nelle comunità zapatiste si basa sul principio del "a ciascuno secondo le sue necessità", che secondo Marx rappresentava una rottura con lo "stretto orizzonte del diritto borghese"?. Una volta di più, qualcuno sosterrà che ciò non è possibile finché non esisterà "un incremento qualitativo nello sviluppo delle forze produttive", però non c’è modo, gli zapatisti hanno dimostrato che è possibile alterare in maniera durevole le relazioni di dominio basate sul denaro e sul mercato. Che altri si preoccupino dei paradossi zapatisti, che altri li convertano in contraddizioni, che altri annunzino il loro fallimento! Gli zapatisti si accontentano di mettere d’accordo il loro pensiero con la loro azione. Se la risposta corretta alla domanda "che fare?" è sognare, inevitabilmente bisognerebbe aggiungere che affinché questo sogno serva, bisognerà sognarlo ad occhi aperti. Effettivamente l’ultima sentinella deve risvegliare gli altri?, però non per dir loro cosa fare ma affinché tutti sognino da svegli, per fare del sogno (...) la vita. Per molte ore questi esseri con il cuore di colore hanno tracciato, con le loro idee, una grande chiocciola [caracol in spagnolo, ndt.]. Partendo dal livello internazionale, il loro sguardo ed il loro pensiero sono andati addentrandosi, passando in successione per il livello nazionale, quello regionale e quello locale, fino a giungere a quello che chiamano "El Votán. Il guardiano ed il cuore del villaggio", i villaggi zapatisti. Così dalla voluta più esterna della lumaca, si pensano parole come "globalizzazione", "guerra di dominazione", "resistenza", "economia", "città", "campagna", "situazione politica" ed altre che si cancellano una ad una dopo la domanda di rigore: "E’ chiaro o ci sono domande?". Alla fine del cammino dal fuori verso il dentro, nel centro della chiocciola, restano solo delle sigle: "Ezln". Poi ci sono proposte e si disegnano, nel pensiero e nel cuore, finestre e porte che vedono solo loro (tra le altre cose, perché ancora non esistono). La parola dispari e dispersa comincia a creare un cammino comune e collettivo. Qualcuno domanda: "C’è accordo?". "C'è", risponde affermativa la voce già collettiva. Ancora una volta si ridisegna la chiocciola, però stavolta seguendo il cammino inverso, da dentro verso fuori?. ------ Bernard Duterme Dieci anni di orgoglio senza volto Sono già dieci anni che gli iconoclasti ribelli del Chiapas ed il loro emblematico Subcomandante Marcos, sono diventati eccezionalmente notizia in Messico ed a livello internazionale. Che bilancio si può fare oggi della loro esplosiva ribellione? Quali contributi hanno portato alla "grande" storia delle lotte, ed alla "piccola" vita quotidiana degli indigeni maya che vivono in questa regione sperduta del Messico? Né euforico, né definitivo, il quadro è sfumato. Per un lato, risulta impossibile sostenere che la ribellione degli indigeni zapatisti del sudest messicano abbia fatto solamente buchi nell’acqua. Catalizzatori del processo di democratizzazione del Chiapas e del Messico, artefici della caduta del partito che monopolizzava il potere dagli anni venti, impulso per la formazione di un movimento indigeno nazionale - per non dire latinoamericano -, affermativo, massiccio e democratico, pionieri di una nuova internazionale plurale, chiamata oggi "altromondista", gli insurgentes incappucciati possono sentirsi orgogliosi del loro bilancio. Dieci anni dopo la spettacolare insurrezione del 1° gennaio 1994 contro l’ingiustizia e la povertà, il riconoscimento mondiale dei loro meriti alimenta la loro dignità riconquistata e si nutre di essa. D’altra parte, già l’ottimismo smette di essere appropriato. I risultati di un decennio di conflitti più o meno aperti, e di negoziati tra i ribelli ed il governo, rallegrano soltanto i detrattori dell’Ezln. Oltre la debolezza militare, il legame sociale dell’Ezln in Chiapas, che sia stato scalzato o che sia in crisi, appare, per lo meno, minacciato. Il suo atterraggio nello scenario politico messicano, regolarmente rinviato, è finito rovinosamente. In quanto alla sua articolazione "intergalattica" con i contatti altromondisti, ambivalente ieri, evanescente oggi, non ha compiuto le sue promesse. Una mobilitazione originale e irreversibile I due bilanci non si contraddicono. A seconda se si considera il movimento zapatista dall’alto o dal basso, il ritratto dei senza volto mostra caratteristiche diverse. Gli amici dei ribelli insistono sul lungo periodo, sul carattere irreversibile della mobilitazione chiapaneca, sul suo sviluppo all’interno di un movimento sociale, campesino ed indigeno, forte ed autonomo. Dallo zapatismo militare, che esaurì le sue possibilità nei primi giorni dell’insurrezione, emerge in modo ineluttabile uno zapatismo sociale, civile, promettente e dinamico. Gli atti realizzati dagli zapatisti sono irreversibili. Traggono forza e legittimità da una storia di resistenza che ha più di 500 anni, e la coscienza indigena, forgiatasi con il passare del tempo, appare indistruttibile. Nel futuro non si potrà continuare ad agire come se non si avesse sentito nulla. Simbolicamente, è cambiata la relazione tra gli indigeni ed i gruppi dominanti; fisicamente, il peso degli zapatisti continua ad influire sulla correlazione di forze. Sono gli aspetti innovatori della ribellione quelli che si celebrano instancabilmente, il loro apporto alla storia delle lotte, la loro originalità. Una guerriglia che insorge, combatte alcune ore, fugge e negozia per anni. Guerriglieri che godono di una risonanza inversamente proporzionale alle loro imprese armate. Contestatori che non rinnegano le proprie affiliazioni storiche senza ridursi ad esse. Un movimento armato latinoamericano che non mira alla presa del potere, e che aspira a scomparire il prima possibile, per considerarsi un "assurdo". Un’insurrezione indigena che lotta a colpi di comunicati stampa, dichiarazioni solenni, azioni simboliche e happenings pacifici. Un esercito di indigeni maya che rivendica diritti legittimi, che invita ad una democratizzazione del Messico, ed a combattere il neoliberismo. Una rivolta campesina della fase post Guerra Fredda, sufficientemente centrata nella problematica dell’identità da non dissolversi, e sufficientemente universale da non ripiegarsi sopra se stessa. Un movimento sociale regionale che moltiplica i legami - indigeno, messicano ed umanista - senza metterli in opposizione, che modera il suo cosmopolitismo mettendo radici e che tempera il suo attaccamento a